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IL CASO/ La "nuova" Scozia e quell'indipendenza che Londra non vuole

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Un esito scontato, quello del 18 settembre? Tutt'altro. Le questioni in gioco nel referendum vanno ben oltre una visione romantica della riconquista dell'indipendenza dopo secoli di dominio britannico. La storia della Scozia è ben diversa da quella − ad esempio − dell'Irlanda. 

La Scozia perse la libertà nel 1707 perché la sua classe dirigente, aristocratici, grandi proprietari terrieri, grandi commercianti, decise che sarebbe stato più proficuo entrare a far parte di un'unione politica con l'Inghilterra, che avrebbe preso il nome di Gran Bretagna. Una grande avventura finanziaria e commerciale. Un Parlamento di Edimburgo corrotto dai soldi inglesi svendette la propria sovranità in cambio di vantaggi economici per una piccolissima élite di privilegiati e a detrimento del popolo. Quel popolo che insorse due volte, nel 1715 e nel 1745, cercando di riottenere la libertà, combattendo per l'antica dinastia nelle cui vene scorreva ancora un po' del sangue di Robert Bruce, gli Stuart. 

Schiacciate nel sangue queste insurrezioni, la Scozia venne annientata. Gli irriducibili Highlanders, in gran parte cattolici, vennero deportati a migliaia in Canada, in America, in Oceania. Le terre dei clan vennero espropriate e finirono nelle mani di avidi possidenti. Una terra antica e orgogliosa della propria identità divenne solo una provincia dell'Impero. Ogni anelito di libertà si spense: il popolo, fatto in maggioranza di poveri, era troppo impegnato nella lotta per la sopravvivenza, mentre i ricchi erano impegnati ad accrescere il loro potere in totale subordinazione ai disegni egemonici di Londra.

Edimburgo e Glasgow ebbero la loro parte nel godere dei successi economici e militari dell'800, dell'era Vittoriana, con costi sociali spaventosi. Glasgow divenne un polo industriale − acciaio e carbone − con condizioni invivibili per la sua popolazione. All'antica fierezza celtica si trovò uno sfogo incanalando centinaia di migliaia di uomini al servizio nelle forze armate. 

Era un'alternativa alla disoccupazione, all'emigrazione, o al lavoro in una miniera. I reparti scozzesi potevano indossare il kilt e andare all'assalto al suono delle cornamuse. Ma non per la loro terra, per la loro nazione: morirono in ogni guerra del '900, in ogni lembo della terra, per la maggior gloria dell'impero britannico. E intanto in patria imperversava la povertà, resa più amara dal settarismo, una delle piaghe nascoste della Scozia: l'odio verso i cattolici, in particolare. Quella comunità cattolica che nel corso del tempo era stata rinforzata dall'arrivo di poveri immigrati irlandesi venuti a fare i lavori più umili e ingrati. Oggi un discendente di questi immigrati, Stephen Noon, è uno dei leader del partito indipendentista.

E veniamo dunque ai partiti che si giocano questo scontro decisivo: lo Scottish National Party è il soggetto principale del fronte del "Yes". Chi pensi ad una formazione sciovinista, magari xenofoba, secondo gli stereotipi con cui in Italia si pensa ad un movimento autonomista e indipendentista, sbaglia di grosso. Uno sbaglio giustificato in parte dal fatto che l'immagine che in Italia si ha dell'autonomismo è quello dato dalla Lega fondata da Umberto Bossi. Anni fa, ai tempi della devolution, ci furono da parte della Lega degli entusiastici approcci agli indipendentisti scozzesi, nettamente respinti dallo Snp. La formazione scozzese è infatti fortemente impegnata sul terreno della giustizia sociale e dei diritti umani. Respinge ogni tipo di xenofobia e razzismo.



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COMMENTI
11/08/2014 - Auguri Scozia, riprenditi la tua indipendenza! (Giuseppe Crippa)

E speriamo che la dimensione della vittoria sia tale da rendere impossibile ogni manipolazione dell’esito del voto, cosa non impensabile per i poteri forti dalla City, come dimostrano le non lontane vicende dei tassi interbancari truccati… Un grosso grazie al dott. Gulisano per l’interessante articolo.