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PRAGA/ Quando la fede dà il volto a una città

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Sul Ponte Carlo a Praga (Infophoto)  Sul Ponte Carlo a Praga (Infophoto)

Per contestare l'idea che la Controriforma abbia coinciso con l'imposizione di una egemonia soffocante, magari mascherata da guanti di velluto, è fatica forse sprecata imbastire contorte diatribe interpretative. Con le armi della dialettica è difficile fare breccia nella corazza ideologica di chi continua, ostinatamente, a pensare che il cattolicesimo moderno si sia fondato solo sui roghi degli eretici, sulla distruzione dei libri proibiti e sul controllo poliziesco dei comportamenti morali. È più utile partire, invece, dai fatti che suggeriscono materialmente ipotesi contrarie, perché è l'esperienza dell'impatto con una realtà imprevista che può aggredire più alla radice le opinioni diventate luoghi comuni (anche se neppure questo è un esito garantito in modo meccanico).

Il test che propongo come esperimento di verifica è percorrere, semplicemente, poche centinaia di metri, nel centro storico di una delle più affascinanti capitali della nostra vecchia e pur sempre sorprendente Europa: la città di Praga. Cosa incontriamo in questo straordinario museo a cielo aperto? Cosa possiamo vedere, se appena riusciamo a districarci nelle folle di turisti che assediano i pochi chilometri quadrati distribuiti tra i meandri di vicoli della Città Vecchia e del quartiere ebraico, da un lato della Moldava, e il gioiello del Piccolo Quartiere, sulla sponda opposta del placido fiume che scorre in mezzo?

Il punto di partenza del nostro tragitto immaginario può essere la chiesa di S. Salvatore, nella piazzetta su cui si affaccia la torre tardotrecentesca della testata orientale del Ponte Carlo (per inciso, si chiama così in quanto intitolato alla memoria del grande re di Boemia e imperatore del Sacro Romano Impero Carlo IV di Lussemburgo: colui che fu l'artefice del primo decollo protomoderno della città ceca). Entrati nella chiesa, si resta subito folgorati dalla raffinata bellezza degli interni barocchi: è lo spettacolo di un'arte religiosa che è uno stile di gloria, esaltazione di un Dio vicino che si lascia incontrare, che colpisce i sensi e il cuore dell'uomo, che parla in modo eloquente con il linguaggio delle immagini sontuose, con la ricchezza delle decorazioni, con le musiche e i riti di cui edifici di questo tipo sono stati lo scrigno prezioso, dai primi anni del Seicento in avanti. Questo barocco asburgico-boemo, con la sua coerenza unitaria e la sua compostezza ordinata, giocate sul filo degli equilibri più arditi della plastica esuberanza delle forme visive, è come una festa della fede: è un inno gioioso alla vita che si spalanca per accogliere in sé il divino che la salva. È un'arte di luce e di calore. Fa pensare al dialogo tra la Chiesa dei credenti in Cristo e il mondo a cui essa si rivolge. Evoca l'idea di una sintesi riuscita, fondata sull'interscambio e l'immedesimazione reciproca.



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