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1914-2014/ Da San Candido a Redipuglia, di chi sono quei milioni di morti?

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Il sacrario di Redipuglia (Immagine d'archivio)  Il sacrario di Redipuglia (Immagine d'archivio)

Certi ossari richiamano elementi classici, come il grande arco di trionfo (!) di Asiago; altri recuperano motivi assiro-persiani (certi elementi architettonici di Cima Grappa). La patria laica impone l'unica religione del Valore, della Memoria collettiva, nella quale sembra quasi che il morto acquisti valore solo perché parte di una schiera infinita, come se la tragedia della guerra avesse senso solo nella smisuratezza della morte (spesso frutto, come ricordato nelle pagine più belle di Remarque, Lussu, Hemingway, proprio dell'incompetenza e dell'ottusità di quelle gerarchie militari che, a guerra finita, si arrogarono il dubbio diritto di militarizzare la morte).

In secondo luogo: la croce, il richiamo alla pace eterna, il richiamo al pianto e alla pietà dei vivi cedono il passo a concetti e a codici linguistici che si uniformano attorno a messaggi di gloria (Gloria a voi, soldati del Grappa, è il motto onnipresente nell'ossario della Cima) e di permanenza del defunto nel suo status di soldato in armi, non di figlio, non di padre o marito (Presente, scandiscono i gradoni di Redipuglia). Lo stesso si può anche vedere nei monumenti ai caduti, di cui purtroppo ogni città, ogni paese e ogni frazione d'Italia è decorato: i monumenti precedenti all'ascesa del fascismo insistono spesso sull'estetica del dolore (le Pietà sono molto presenti, come anche le immagini liberty di angeli o donne piangenti sulla salma del soldato); quelli, invece, edificati dopo la presa di potere del fascismo, mostrano giovani soldati arditi e muscolosi che stendono l'ampio petto e puntano la baionetta in direzione di un nemico immaginario (o non tanto immaginario?); armi, immagini di vittoria e di potenza.

In terzo luogo: mentre i piccoli cimiteri, le sepolture iniziali in cui erano stati raccolti i morti della Grande Guerra, si caratterizzavano per una grande differenziazione spaziale ed estetica, dovuta anche solo al fatto che spesso ad un soldato corrispondeva una tomba, una croce, una lapide, nei sacrari domina il concetto di omologazione, di uniformazione, quasi di massificazione dei "soldati semplici", incasellati in loculi o in fosse comuni, laddove invece posti d'onore sono riservati ai soldati che si sono guadagnati medaglie al valore, o a ufficiali e generali che hanno contribuito alla cosiddetta "vittoria". Per capire bene di cosa sto parlando, basti osservare le foto d'epoca che ritraggono il grande cimitero di Colle S. Elia, proprio di fronte a Redipuglia, da cui sono stati tolti i morti perché fossero portati negli anonimi gradoni del nuovo sacrario: migliaia di croci e migliaia di messaggi, un caotico, ma sicuramente più espressivo, viaggio attraverso il dolore privato di chi, rimasto in vita, aveva voluto donare una tomba al parente o all'amico caduto.

Infine, in quarto luogo: i sacrari sono degli spazi bene individuati. In essi si entra, ad essi si sale, spesso hanno orari. In altri termini: sono isolati rispetto agli spazi circostanti, magari si vedono, ma spiccano come Moloch all'orizzonte, non sono integrati con il territorio. 



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