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1914-2014/ Da San Candido a Redipuglia, di chi sono quei milioni di morti?

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Il sacrario di Redipuglia (Immagine d'archivio)  Il sacrario di Redipuglia (Immagine d'archivio)

Forse perché era meglio relegare la morte ad ambienti lontani e neutri? Forse perché il mito della Vittoria andava alimentato con segni forti, alti ed altri rispetto allo spazio quotidiano della vita comune? Fatto sta che, nelle zone del fronte, spesso la morte, fino al giorno prima dimensione prossima, sperimentabile, visibile, in qualche modo scomparve, venne asportata e in un certo senso sterilizzata sotto al cemento e ai marmi asettici dei grandi monumenti.

Già. La morte, in sintesi, venne monumentalizzata. I monumenti sono una cosa rischiosa: li vedi tutti i giorni, fin da quando sei un bambino, quando accetti il mondo perché "è così", e quindi deve andar bene per forza; fanno parte della tua città, del tuo ambiente, ma, a differenza delle case e dei viali alberati, i monumenti, lo dice la parola, ammoniscono, lanciano dei messaggi ben precisi. E non è detto che questi messaggi siano giusti, o condivisibili da tutti, o in tutte le epoche.

Ci avviciniamo al centenario dell'ingresso dell'Italia nel primo conflitto mondiale. Sarà un periodo in cui, per fortuna, molte famiglie e molti studenti si recheranno in questi luoghi del ricordo. Se è vero che la sfida più importante per un educatore è stimolare l'autonomia del pensiero, proviamo a guardare e a far guardare quei monumenti con gli occhi di chi li vide sorgere dal nulla. 

Proviamo a pensare a chi vide, giusto per partire dalle cose forse meno importanti, spendere milioni di lire, in un Veneto, un Trentino e un Friuli fatti a pezzi dal conflitto, per edificare sacrari che avrebbero dovuto ospitare corpi che erano già sepolti in cimiteri da campo. Certamente più provvisori, certamente di intralcio al pascolo o all'agricoltura, certamente spesso più fosse comuni che cimiteri… Ma altre soluzioni forse si sarebbero potute trovare?

Proviamo a pensare ai morti che hanno perso la propria identità a causa dei sacrari: sepolti, in un primo momento, con un nome su una croce di legno, una volta riesumati e trasportati a chilometri di distanza, essendosi ormai deteriorate la carta o la piastrina di riconoscimento, sono divenuti alcuni degli infiniti militi ignoti che affollano gli ossari.

Proviamo, soprattutto, a pensare ai parenti di quei caduti, che videro (chissà se ne furono testimoni consapevoli, credo che alcuni lo siano stati) i corpi dei propri figli o mariti diventare strumento propagandistico nelle mani di uno stato che faceva della guerra, della forza, del mito della vittoria alcuni dei punti cardine del suo consenso.

Proviamo a pensare al fatto che, mentre nei piccoli cimiteri di montagna si trovano solo croci e qualche lapide, immancabilmente nei grandi sacrari fanno mostra grottesca di sé le stesse armi (i cannoni, i mortai, i proiettili giganteschi di fianco ai quali molti turisti trovano normale farsi una foto!) che furono le sterminatrici di chi giace lì a pochi passi, incapace di difendersi e di dire la propria. Come se, di fianco a un morto per tumore ai polmoni, si piazzasse una bella pubblicità di sigarette dei Monopoli di Stato. 



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