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1914-2014/ Da San Candido a Redipuglia, di chi sono quei milioni di morti?

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Il sacrario di Redipuglia (Immagine d'archivio)  Il sacrario di Redipuglia (Immagine d'archivio)

C'è chi dice che la Storia non si fa con i se, ma non ci credo, e mi piace provare a pensare, correndo il rischio di sbagliare, che se i morti, tutti i morti della Grande guerra, fossero rimasti nei tanti cimiteri da campo, se fossero rimasti a ridosso delle cime, lungo le valli, vicino alle chiese di paese, forse il concetto stesso di Grande Guerra oggi sarebbe diverso. Se non fossero stati costruiti quei Moby Dick della "memoria parziale", i bambini cresciuti nelle zone di guerra avrebbero portato, nel giorno dei morti, i fiori alla tomba del nonno, trovando, lì a pochi passi, le tombe dei soldati "dell'altra guerra". In particolar modo, almeno questo è quanto ho visto nei piccoli cimiteri austriaci della Pusteria, sarebbe sopravvissuta una dimensione intima e religiosa della morte, più vicina e quindi forse più facile da comprendere, da sentire propria.

Certo sono passati ormai cento anni, e forse a nessuno importa più di queste cose. O forse sì, perché, in fin dei conti, stiamo parlando di pedagogia, come dimostrano queste righe tratte da Niente di nuovo sul fronte occidentale di Remarque:

"Dovemmo riconoscere che la nostra età era più onesta della loro [gli insegnanti]. […] Mentre essi continuavano a scrivere e a parlare, noi vedevamo gli ospedali e i moribondi; mentre essi esaltavano la grandezza del servire lo Stato, noi sapevamo già che il terrore della morte è più forte. Non per ciò diventammo ribelli, disertori, vigliacchi – espressioni tutte ch'essi maneggiavano con tanta facilità – noi amavamo la patria quanto loro, e ad ogni attacco avanzavamo con coraggio; ma ormai sapevamo distinguere, avevamo ad un tratto imparato a guardare le cose in faccia. E vedevamo che del loro mondo non sopravviveva più nulla. Improvvisamente, spaventevolmente, ci sentimmo soli".




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