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1914-2014/ Da San Candido a Redipuglia, di chi sono quei milioni di morti?

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Il sacrario di Redipuglia (Immagine d'archivio)  Il sacrario di Redipuglia (Immagine d'archivio)

Sono da poco rientrato da una settimana in montagna. Val Pusteria: se cammini su quelle creste, un passo a sinistra e sei in Italia, un passo a destra e sei in Austria. Oggi, superato San Candido, la dogana vecchia si mostra in una tristezza sfiorita, mentre i camion e le automobili sfrecciano felici di non doversi più fermare. La traccia più evidente dell'ingresso in Austria è la diminuzione dei prezzi ai distributori di benzina.

Durante una delle camminate ho percorso un tratto dell'Altavia carnica, che passa lungo la prima linea austroungarica della prima fase della Grande Guerra. Lì, nelle Dolomiti, si è combattuto "solo" dal 1915 al 1917. Dopo Caporetto, la rottura del fronte italiano e la nuova linea Altopiano di Asiago-Monte Grappa-Piave portò la guerra lontano da quei luoghi.

I morti, però, sono rimasti lì. E mi ha impressionato la grande presenza di piccoli cimiteri disseminati lungo le valli, nei paesi, vicino alle creste dove si combatteva. Rettangoli d'erba verde, cintati da una palizzata di legno o di ferro; file di semplici croci, un nome, una data. Fermandosi a osservare con un po' più di calma, si possono scoprire, nei cimiteri delle retrovie, nomi di prigionieri italiani: ho incontrato un Giacomo Bulgarelli che riposa nel cimitero di Kartisch, vicino a soldati austriaci, ungheresi, croati… E guardando ancora meglio, tra i nomi dei soldati austroungarici si possono scoprire qui e lì dei Cohen, dei Levy, e poi degli Ahmed e dei Mehmed. La gioventù di mezza Europa è andata a morire lassù, in quello che negli scacchieri strategici era considerato un "fronte secondario".

Vivo ai piedi del Monte Grappa, e bazzico, oltre a quel massiccio, anche l'altopiano di Asiago. È per questo che vedere quella realtà cimiteriale "diffusa" mi ha stupito: qui da noi, eccettuati alcuni cimiteri di soldati stranieri nell'altopiano di Asiago, le salme dei soldati sono state riesumate, nel corso degli anni Venti e dei primi anni Trenta, per essere ricollocate nei grandi sacrari che più o meno tutti conoscono: l'ossario di Asiago, il sacrario di Cima Grappa, quello del Pasubio, quello di Crocetta del Montello… giù giù fino al grande sacrario di Redipuglia, che, da solo, ospita più o meno 100mila soldati, un sesto di tutti i morti italiani nella Grande Guerra.

Tale palpabile differenza nelle sorti toccate alle salme dei caduti mi ha fatto riflettere sul senso del sacrario "collettivo", così diffuso in Italia. 

In primo luogo: a parte sporadici esempi (la chiesa ossario di Bassano del Grappa, o quella di Padova, detta "della Pace"), l'elemento religioso nei sacrari di guerra è spinto ai margini, o del tutto assente: il soggetto dominante, la grande Madre, che si è riappropriata dei propri figli morti, è la Patria, e, mi verrebbe da dire, lo Stato (che, all'epoca dell'edificazione di tali monumenti si identificava il più delle volte con lo stato fascista). 



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