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VON BALTHASAR/ Il suo libro "mancante" è l'esperienza di ogni giorno

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William Congdon, Crocifisso (Immagine d'archivio)  William Congdon, Crocifisso (Immagine d'archivio)

Padre Markus Schmidt S.J., professore di teologia ecumenica ad Innsbruck, tematizza in modo appropriato la differenza tra i due riformatori. Quello spagnolo vive completamente il "sentire cum/in ecclesia", mentre quello tedesco contrappone "Vangelo" e "Chiesa", ma formula questo contrasto stesso in modo ecumenico: "Martin Luther può essere oggi un compagno nella lotta interiore riguardante la giustizia e misericordia di Dio. La sua contrapposizione tra Vangelo e Chiesa può essere intesa come un avvertimento a prendere sul serio il sentire con e nella Chiesa" (p. 3).

Una scelta di frasi curata dal padre Knorn S.J. fa vedere come Luther e Ignazio difendessero in temi cruciali un atteggiamento spirituale e teologico simile: a riguardo del motivo per cui l'uomo è stato creato, dell'indifferenza, della meditazione ed addirittura dell'obbedienza ecclesiale, che per il monaco agostiniano è in primo luogo obbedienza alla Parola di Dio.

La domanda teologicamente più acuta è posta dal direttore della rivista stessa, padre Klaus Mertens S.J., famoso in Germania per la sua posizione di trasparenza sulla questione della pedofilia: se ha ragione Giovanni Paolo II, a parlare nella Tertio Millennio Adveniente (n. 37) di una "ecumene dei martiri" allora perché non prendere più sul serio il fatto che la rottura del 31 ottobre 1517 è stata già superata il 10 gennaio 1945, il giorno in cui il protestante Helmuth James Graf von Moltke è stato ucciso insieme al padre gesuita Alfred Demp, per il fatto di essere cristiano? Io credo che già con la passione e risurrezione di Cristo sia stata superata ogni rottura tra i cristiani – i martiri partecipano "solamente" a questo avvenimento primo dell'amore divino. Nel cuore di Cristo non c'è spazio per una rottura, ma indicandoci il vero metodo dell'ecumenismo, papa Benedetto XVI ha mostrato l'unica via ecumenicamente possibile: stare sempre più all'ascolto di ciò che fa Dio, perché solo Dio può donare l'unità, che è e rimane il suo dono più prezioso. Il resto è un attivismo ecumenico, che non può che creare confusione, per esempio quella già accennata tra riconoscimento fattuale di una pluralità ecclesiale con una giustificazione teologica di una mancanza di unità: cosa questa che contraddice la volontà di Cristo trinitario stesso, che non è mai "pluralismo", ma "differenza nell'unità".

Un buono spunto pratico è offerto dal concetto di "ecumene vissuta", presentato dall'autore protestante Michael Ehrmann, che, anche se protestante, ha la responsabilità per l'insegnamento di religione nel liceo dei gesuiti di Berlino, il collegio Canisio. Una condizione simile a quella in cui mi trovo ad agire io: responsabile dell'insegnamento di religione in una scuola fondata da un protestante (CJD-CHristophorusschule in Droyssig), sebbene cattolico.

Se da una parte a volte rimpiango il mancato volume sull'ecumene del padre Balthasar, dall'altra mi rendo sempre più conto che questo volume viene "scritto" nell'esistenza di tutti coloro che vivono il proprio essere cristiano in una missione ecclesiale che sa di non poter che essere ecumenica – cioè attenta a quello che il Signore vuole da noi, come fecero Ignazio e Lutero.



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