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1974-2014/ Dal referendum sul divorzio a oggi: l'Italia è ancora cattolica?

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Persino figure vicino al progressismo cattolico allora cercarono di evitare che venisse sancita la definitiva e pubblica separazione tra morale cattolica e morale civile, proponendo di disertare il referendum, di riportare la discussione sulla legge in aula, dove magari figure da loro culturalmente distanti eppure parte della stessa formazione politica come Andreotti avrebbero poi magari cercato di correggere il tiro, cercando di delineare una linea indipendente tra l'indissolubilità religiosa del vincolo nuziale e la dissolubilità di quello civile.
Ancora più confuso si presentò il panorama ecclesiale all'appuntamento referendario, con la Cei non più di Siri, ma del segretario Bartoletti indirizzata a voler lasciare "libertà di coscienza"; soprattutto l'Azione Cattolica e la Fuci rimasero senza una direzione unitaria, mentre Comunione e liberazione abbracciò molto più nettamente la linea abrogazionista. Fu comunque indubbiamente il referendum di Fanfani (e, abbastanza inconsuetamente, di La Pira), il suo estremo gesto di riaffermare una leadership politico-culturale personale e del partito in ambiti della vita sociale dove essa risultava ormai inevitabilmente compromessa dall'evoluzione della società moderna.
La legge sul divorzio è di nuovo assurta agli onori della cronaca di recente, con l'introduzione del cosiddetto "divorzio breve", e ancora una volta – questa nelle aule parlamentari – si è notata l'evidente posizione favorevole di una maggioranza eterogenea e individualmente indirizzata, così come nel 1974 (solo, e non casualmente, i Popolari per l'Italia - formazione con una forte identità politica cristiana – hanno assunto come gruppo posizione contraria).
Nell'occasione sono riemerse le medesime riflessioni di allora sul grado di incidenza attuale della morale cristiana e delle indicazioni della Chiesa cattolica sull'Italia di oggi. Verrebbe da dire che però il panorama culturale italiano è profondamente cambiato, che almeno apparentemente i cattolici non sono più una maggioranza. Eppure si ha la sensazione oggi che un certo imprinting culturale cristiano, un modo profondamente cattolico di essere del nostro paese, persino al di là delle sue stesse consapevolezze, stia gradualmente riemergendo, riportando questioni come quella del divorzio su di un diverso piano di riflessione. Innanzitutto – sebbene i parlamentari, anche forse sulla scorta dei vissuti personali, abbiano votato ampiamente a favore  –  si cominciano ad osservare gli esiti di quarant'anni della legge con maggiori accenti critici, si studiano con particolare attenzione i comportamenti delle cosiddette "famiglie allargate", il sistema oggettivamente antieconomico per tutta la società delle separazioni, il dramma dei padri separati, soprattutto il disagio indiscutibile dei figli e i condizionamenti psicologici da essi subiti.
Se ciò non significa ancora riportare il tema della coppia sposata sui binari di una visione religiosa e indissolubile, pare stia avanzando un'idea diversa, più complessa e integrata dei modi di risoluzione dei conflitti famigliari, che non porti necessariamente alla divisione della coppia. Dove ciò porterà e ancora difficile dirlo, ma certo si comincia ad avvertire da più parti l'impressione che il modello cattolico di famiglia faccia parte di un complesso identitario profondo del popolo italiano, che forse nemmeno la bufera del Sessantotto è stato in grado di scalfire in modo definitivo.



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