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1974-2014/ Dal referendum sul divorzio a oggi: l'Italia è ancora cattolica?

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A meno di dieci anni dalla conclusione del Concilio Vaticano II, il momento in cui la Chiesa universale, ma in particolare quella italiana sembrò essersi messa per così dire "al passo con i tempi", anche su temi delicati di pastorale sociale (si pensi all'attuazione della riforma liturgica, ad esempio), il fallimento del referendum abrogativo della legge sul divorzio sembrerebbe agli occhi degli osservatori di oggi aver riportato bruscamente sul piano della realtà il mondo cattolico italiano, alle prese allora con il fenomeno della secolarizzazione, e soprattutto immerso in quel clima di contestazione dell'autorità costituita che si era da poco palesato in tutta la sua forza dirompente durante la stagione del Sessantotto.
È vero che l'assise conciliare, conclusa dallo stesso pontefice allora regnante, quel Paolo VI che di recente aveva rifiutato gli esiti favorevoli della commissione da lui stesso istituita sull'uso della pillola contraccettiva ed aveva prodotto l'Humanae Vitae, nella fretta – ripetutamente notata dal presidente della Cei, card. Giuseppe Siri – di concludere i lavori aveva passato di gran carriera temi determinanti come quello della famiglia, perdendo così un'occasione importante di reale aggiornamento e confronto con i segni dei tempi di un cambiamento sociale radicale.
Ed è vero che la società stava cambiando con grande velocità e soprattutto il ruolo della donna si stava radicalmente trasformando a causa dell'industrializzazione avanzata del paese, reclamando pari opportunità di lavoro e di vita, e persino uno sganciamento dalla funzione ancillare nella famiglia tradizionale che la indirizzava a rivendicare la possibilità di recedere da unioni sgradite, benché suggellate nel sacramento da Santa Romana Chiesa.
Ciò però forse non basta a spiegare il 59,1 per cento di voti espressamente contrari all'abrogazione della legge sul divorzio da poco approvata, non basta soprattutto a definire tale percentuale un perimetro partitico peraltro quantomai occasionale e frastagliato dentro il quale si definì la difesa politica dei nuovi diritti appena disegnati: la piccola formazione dei radicali, i comunisti, i cosiddetti cattolici del no (adulti, progressisti, ecc..). Soprattutto questi ultimi avrebbero avuto ben presto la piena consapevolezza di non potersi attribuire – nemmeno forzando ideologicamente la mano – il merito di tale "vittoria", neanche all'interno dello stesso mondo cattolico.
Perché è solo proprio partendo dall'analisi dei comportamenti della "massa silenziosa", che pure ancora si autodefiniva cattolica secondo proporzioni quasi assolute, e manteneva comunque un forte legame con la pratica religiosa, che si può comprendere un cambiamento di mentalità, una nuova visione di costume che ormai andava allontanandosi dalla normatività dei patti sanciti da (o con) l'autorità, e tendeva piuttosto a far emergere i diritti individuali, il benessere del soggetto persino rispetto alle sue stesse scelte, la relatività degli indirizzi di vita; una trasformazione che stava producendo una società molto più dinamica, plastica – oggi si direbbe con Baumann "liquida", mentre cresceva l'età media delle persone e calava il numero di figli per famiglia.



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