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80 ANNI/ Esperienza e realtà, così la "logica" di Popper ha cambiato il 900

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Karl Popper (1902-1994) (Immagine d'archivio)  Karl Popper (1902-1994) (Immagine d'archivio)

Allora alcuni dubbi sulla validità del metodo induttivo (dall'osservazione alla formulazione di teorie "esatte" perché confermate dall'osservazione) vennero a galla e il giovane Popper, che aveva collaborato con Adler nell'applicare le sue teorie sui bambini dei sobborghi viennesi, da buon razionalista qual era e con la sua aria ingenuamente scanzonata, un giorno del 1919 si rivolse direttamente ad Adler in questi termini: "Una volta – racconta Popper − gli riferii di un caso che non mi sembrava particolarmente adleriano, ma che egli non trovò difficoltà ad analizzare nei termini della sua teoria dei sentimenti di inferiorità, pur non avendo nemmeno visto il bambino. Un po' sconcertato gli chiesi come poteva essere così sicuro. Adler rispose 'a causa della mia esperienza di mille casi simili'. E con questo ultimo – suppongo − la sua esperienza vanta milleuno casi!".

Dunque il credo dei neoempiristi (o neopositivisti logici) si condensa nell'enunciato che "il senso di una proposizione consiste nel metodo della sua verificazione": ciò che non è verificabile sulla base di una esperienza protocollare è privo di senso: può rimanere un convincimento etico, religioso, esistenziale… ma non può pretendere alcuna dignità razionale. Trattasi, insomma, di un opinabile punto di vista la cui cittadinanza è ammessa nell'ambito in cui tutto è relativo.

Ottant'anni fa, 1934, vede la luce Logik der Forschung (Logica della ricerca) poi Logica della scoperta scientifica nell'edizione inglese del 1959. E qui Popper, coraggiosamente, va oltre le colonne d'Ercole del Circolo di Vienna e dei suoi dogmi scientisti che nessuno più osava oltrepassare.

Sostenuto da una logica stringente, Popper intende rispondere a due domande: Da dove nasce la scienza? E, quindi, qual è la linea di demarcazione tra scienza e non scienza?

Alla prima domanda non si può rispondere asserendo che le teorie scientifiche nascono dalla osservazione: la risposta è troppo ingenua, così come è ingenuo il metodo osservativo, posto a base della induzione. 

Se io sto osservando, cosa sto osservando? Cosa guida, cosa sostiene, quale ipotesi sorregge la mia osservazione? All'origine di ogni osservazione vi è sempre un quid di natura pre-scientifica che qualifica, influisce sul (afficio) mio interesse a guardare in un modo anziché in un altro la realtà che ho dinnanzi.

La seconda risposta scardina letteralmente la validità del criterio di verificazione come unico metodo scientifico.

Innanzitutto Popper non è affetto da furore iconoclasta verso tutto ciò che richiama immagini legate alla metafisica, come invece era accaduto per i neopositivisti logici. E ciò è salutare per le stesse teorie scientifiche perché almeno non sono inficiate, metodologicamente, da pregiudizi di natura ideologica.

Ciò che risulta davvero rivoluzionario, nella concezione epistemologica popperiana, è l'adozione di un criterio diametralmente opposto a quello della verificazione empirica. E tale criterio prende il nome di falsificabilità delle teorie scientifiche. Una teoria risulta scientifica non tanto per il numero più o meno considerevole delle conferme accumulate sul piano dell'esperienza empirica, quanto per il carattere di "sfida" che le teorie devono possedere provocando la realtà a "falsificare", a smentire il valore conoscitivo delle teorie messe alla prova.



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