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LETTURE/ Cristiani e musulmani, chi ha "tradito" il Mediterraneo?

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Oggi questo fitto tessuto osmotico, che ha cucito l'esistenza dei popoli circummediterranei in una altalena incessante di rapporti, oscillante senza posa da oriente a occidente, da sud verso nord, e viceversa, è sminuito dal giudizio alternativo di chi tende a enfatizzare l'aspetto più spigoloso degli "scontri di civiltà", alla Huntington, paurosamente rilanciati come spettro negativo dallo sgretolamento dei sistemi di controllo dell'area arabo-mediorientale imposti dai vincitori della seconda guerra mondiale, insieme all'evoluzione in senso fondamentalista dei movimenti nazionalisti e di revival religioso del vasto mondo musulmano postcoloniale, ramificato soprattutto tra Africa e Asia, alla rincorsa della rivincita su una modernità occidentale di cui i paesi "in via di sviluppo" hanno sperimentato il volto più problematico e spesso cinicamente brutale.

Chi invoca l'innalzamento delle barricate e insegue nuovi sogni di crociata (o di "guerra santa" contro gli infedeli, dalla parte opposta della trincea di due mondi immaginati solo in guerra) tende a lasciare in ombra tutti quegli spazi e quei momenti di dialogo, di contaminazione e a volte anche di arricchimento reciproco che la lunga durata del pluralismo mediterraneo ha reso possibile nel corso dei secoli. Si isolano gli scontri da tutto il resto e si tace su ciò che non corrisponde alla sensibilità prevalente degli osservatori chiamati in gioco. In ogni caso, restano amputate la complessità e la straordinaria ricchezza di sfaccettature di una storia a molti strati, dove Lepanto e i martiri di Otranto, l'islamizzazione dei Balcani meridionali e dell'Oriente mediterraneo, la persecuzione antisemita e il genocidio armeno eclissano e fanno dimenticare le luci di segno opposto, come Granada e Monreale, le traduzioni di Aristotele e il trapianto della scienza arabo-persiana importati nel Medioevo cristiano, l'adozione dello zero e di un nuovo sistema di numerazione delle cifre diverso da quello latino, la lunga sopravvivenza di una diaspora giudaica tollerata nel seno dell'Occidente fino alle rotture spaventose e agli eccessi delle ultime fasi del "progresso moderno".

La storia non è mai a senso unico. E per addentrarci nell'avvincente poliedricità, mai etichettabile con comodi schemi risolutivi, della storia del Mediterraneo ora abbiamo a disposizione l'agile guida di un volumetto di poco più di un centinaio di pagine che dobbiamo alla fertile penna di Franco Cardini (Incontri e scontri mediterranei, Salerno Editrice, 2014).

Cardini non è solo uno dei nostri più autorevoli medievisti. È anche un interprete acuto della storia globale del mondo che dal nostro Medioevo ha preso sostanza e da lì si è distesa per tutto l'arco dell'età moderna, sfociando nelle contraddizioni e nelle sfide tuttora aperte del nostro mondo attuale. Sintetizzando i dati della letteratura specializzata che si è accumulata negli ultimi decenni, Cardini traccia un profilo che mostra con grande chiarezza e abbondanza di informazioni come l'eredità del meticciato etnico-religioso e politico-economico del Mediterraneo si è modellata nel tempo e, attraverso incessanti mutazioni, è arrivata a costituire lo scenario del nostro problematico contesto odierno. 



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