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MEETING 2014/ Noi stiamo con la Bibbia o con la Mesopotamia?

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Michelangelo, Giudizio universale (particolare) (Immagine d'archivio)  Michelangelo, Giudizio universale (particolare) (Immagine d'archivio)

Io penso che noi oggi stiamo vivendo una trasformazione epocale analoga a quella che è avvenuta tra i 50 e i 5mila anni fa, e precisamente una nuova traduzione del pensiero in una forma extrasomatica. Che allora era passiva, affidata al segno della scrittura (la quale richiede certamente un'attività del soggetto: per comprendere la scrittura infatti ci vuole uno che la legga).

E oggi invece?
Oggi il computer è l'esempio più chiaro  di questa trasformazione: con esso mettiamo al di fuori del cervello alcune funzioni attive del cervello medesimo. Non mettiamo fuori di noi solo le idee, ma anche gli strumenti atti a elaborarle.

Quindi?
Perché tutto questo deve interessarci? Perché ci consente di capire una serie di trasformazioni nelle quali siamo immersi e delle quali non abbiamo un sufficiente senso di prospettiva. La globalizzazione, l'anonimità, la funzionalizzazione dell'individuo al sistema, visti in superficie sembrano fenomeni contemporanei, ma nel profondo sono sfide che appaiono fin da quei momenti lontanissimi. Pensi alla nascita della città. La nostra conversazione, al telefono, la presuppone. Io e lei non ci conosciamo, ma siamo parte di una medesima trama di relazioni che interessa entrambi e ci coinvolge. Con la civiltà inizia la schiavitù, è vero, ma inizia anche una rivalutazione degli aspetti tipicamente personali degli esseri umani. 

In che senso questa traiettoria prefigura anche un destino umano?
Lo si vede bene se mettiamo a confronto la Mesopotamia e Israele. Nel mondo del politeismo mesopotamico il destino è concepito come coerenza: la realtà è coerente e quando un fattore non vi rientra (pensiamo a certe malattie, ma gli esempi potrebbero essere innumerevoli) noi pensiamo che prima o poi lo controlleremo, è solo questione di tempo. Ma questa è anche la tesi del mondo secolare e del mondo ateo. Da notare che è un'ipotesi indimostrabile: possiamo solo dire che finora le cose hanno funzionato così.

Dunque l'idea di progresso tipica del mondo secolarizzato è prettamente mesopotamica.
Sì. Pensi all'attualità dell'astrologia mesopotamica: essa non fa nient'altro che trovare correlazioni in fenomeni che si ripetono in maniera coerente. Non è facile, sia chiaro, perché presuppone la fedeltà ad un sistema di osservazione che va da generazione a generazione… uno sforzo enorme. Ma non c'è il mistero, c'è solo il segreto.

Nel mondo biblico invece?
Qui tutto è costruito sul concetto della fedeltà di Dio. Nell'ideale monoteista c'è una imprevedibilità di Dio esattamente come c'è tra gli esseri umani. L'amore non è forse imprevedibile? Ma a ben vedere funzionano così tutti i rapporti umani: in essi l'imprevedibilità avviene nella fedeltà di fondo al proprio sé, all'io. Nell'apparente incoerenza con la quale si mostra a noi, Dio è però coerente con se stesso. 

Faccia un esempio, professore.



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