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MEETING 2014/ Noi stiamo con la Bibbia o con la Mesopotamia?

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Michelangelo, Giudizio universale (particolare) (Immagine d'archivio)  Michelangelo, Giudizio universale (particolare) (Immagine d'archivio)

Una conversazione con Giorgio Buccellati, archeologo e docente nell'Università della California (Los Angeles, Usa) si rivela sempre una sorpresa. Oggi l'uomo sfiora con le dita uno schermo touch, "ieri" affilava schegge di pietra; due esperienze che sembrano separate da un abisso, ma questo è vero solo in apparenza. In entrambi i casi, la grande posta in gioco è la nostra interiorità. Due mondi se la contendono: quello della Mesopotamia e quello della Bibbia.
Buccellati è a Rimini e parlerà al Meeting su "L'archeologia in Siria: un progetto per la pace" (oggi, martedì 26) e sul tema "Nella storia, la compagnia del destino all'uomo" (mercoledì 27). "L'esperienza umana è segnata dalla continuità - spiega Buccellati al sussidiario -. Anche al tempo degli ominini (perché ancora non si parla di uomini) c'era un confronto con la realtà che serviva a modificare e a educare l'esperienza dei singoli. E questo è qualcosa che ci accomuna ancora a quei primi".

Lei si riferisce per la parte preistorica al sito di Dmanisi in Georgia, nel Caucaso, e per la parte storica all'antica città di Urkesh in Siria, è così?
Sì. Entrambe sono finestre su un fenomeno più vasto. Il modo in cui l'esperienza si è confrontata con la realtà ha arricchito in tutti i casi il modo di vivere. Dai reperti si vede che c'è un concetto di struttura che governa l'operazione con la quale si arriva a creare il prodotto finale, come strumenti di pietra, lame, asce, martelli. È un concetto che gli animali non hanno, nemmeno le scimmie. Vuol dire che quando i nostri antenati cominciavano a costruire, avevano il senso dell'oggetto finito. Teniamo presente che non è ancora nato il linguaggio. Ma c'è un altro caso ancor più interessante…

Ci dica.
C'è un reperto importantissimo, un teschio senza denti. È di una persona molto vecchia, poteva avere circa 35 anni: la piccolissima comunità in cui viveva la proteggeva, la accudiva. E non in modo occasionale, perché questa cura è andata avanti per due anni o più. Tutto questo implica una finalità precisa, un evidente senso di solidarietà per i deboli. Direi di più: implica la coscienza della fine, il problema della morte.

E il linguaggio?
È il primo momento di una trasformazione epocale. L'inizio del linguaggio e della scrittura sono due facce della stessa medaglia: mettere in chiave extrasomatica delle cose che altrimenti avremmo solo nella mente. Il linguaggio compare circa 50mila anni fa, la scrittura 45mila anni dopo.

Un abisso.
Un abisso molto minore rispetto ai 2 milioni e mezzo di anni che precedono il linguaggio… ma c'è di più. Pensi che 40mila anni fa abbiamo già una prima rivendicazione di ciò che sarà la scrittura, nella forma di rudimentali calendari lunari. Si è rappresentato un concetto al di fuori del corpo, in modo indelebile: in cielo non ci sono mai 29 lune, su quell'osso inciso sì.

È comunque una lontananza che lascia sgomenti, a confronto della rapidità con la quale le cose cambiano oggigiorno. Eppure, non smettiamo di indagare e di pensare a quella lunga trama. Perché?




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