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TOLSTOJ/ il rischio della "periferia" e il dramma della Chiesa

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Lev Tolstoj (1828-1910) al lavoro (Immagine d'archivio)  Lev Tolstoj (1828-1910) al lavoro (Immagine d'archivio)

Senza dubbio la Chiesa ortodossa russa pre-rivoluzionaria aveva in sé molti aspetti che la rendevano "periferica" rispetto alla vita delle persone e, particolarmente, ai fermenti più vivaci che agitavano – talora in modo disordinato e nichilista – la società russa. 

Ma questo non significa che anche la tenuta di Jasnaja Poljana – luogo di abitazione di Tolstoj con la sua famiglia, con il gruppo dei fedelissimi discepoli, nonché con il "cerchio magico" dei suoi ultimi anni di vita, ma anche "laboratorio sociale" in cui sperimentare le sue teorie sulla convivenza e la redenzione dei contadini – non fosse essa stessa una vera periferia esistenziale. E, seppur in modo speculare, si trattava della medesima periferia.

"Periferia", infatti, significa originariamente, nel greco antico che plasma questo termine, "circonferenza", "perimetro"; ma già nel greco della Settanta (l'antica traduzione del Vecchio Testamento) il termine "periferia" assume il significato di un "vagare errando", tipico di chi gira in tondo senza costrutto, senza riuscire ad andare verso il centro. Proprio in questo senso possiamo affermare che tanto la Chiesa Ortodossa (e la società russa) quanto Tolstoj e la sua cerchia vivevano un'esistenza "periferica": perché costantemente a rischio di perdere la relazione con Cristo, unico centro della realtà, sola risposta a ogni domanda sull'umano e sull'umanità.

Capiamo allora perché questa mostra è di sconcertante attualità: le "periferie", infatti, non sono semplicemente dei luoghi da andare a visitare con il desiderio di fare del bene, magari animati da un desiderio di filantropia o anche da un sincero anelito di condivisione delle povertà. "Periferia esistenziale" è allora ogni perdita della relazione con Cristo (e della consapevolezza della sua necessità per vivere), e per questo possiamo davvero affermare che ciascuno di noi viene interpellato sia dall'esperienza di Tolstoj, sia da quella della Chiesa che lo scomunicò. 

Il percorso della mostra – ideata nell'ambito di "Russia Cristiana" da Giovanna Parravicini con Marta e Adriano Dell'Asta e Francesco Braschi, e cresciuta grazie al coinvolgimento di amici quali la poetessa e letterata Ol'ga Sedakova, la nipote di Tolstoj Fekla Tolstaja e di un numeroso gruppo di studenti italiani e russi – si propone di porre ogni visitatore a contatto con l'esperienza di Tolstoj, della sua cerchia e degli uomini e donne di Chiesa che vissero drammaticamente il confronto con lui sotto gli occhi dell'intellighenzia russa ed europea a cavallo tra otto e novecento.

Cercando di ricostruire attorno ad alcune figure di particolare importanza e spessore per lo svolgersi della vicenda tolstojana i diversi momenti del confronto (la posizione della domanda, il tentativo di dialogo, la contrapposizione, l'incomprensione, la rottura, la mancata riconciliazione), la mostra mette in evidenza come quel dialogo che sembra irrimediabilmente interrotto con la morte di Tolstoj, cristallizzato in una reciproca incomunicabilità di posizioni, in realtà continua in alcuni dei suoi discepoli o compagni di strada che seppero compiere scelte spesso drammatiche di critica e presa di distanza dal loro maestro. 



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