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TOLSTOJ/ il rischio della "periferia" e il dramma della Chiesa

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Lev Tolstoj (1828-1910) al lavoro (Immagine d'archivio)  Lev Tolstoj (1828-1910) al lavoro (Immagine d'archivio)

"Perché un uomo possa vivere, egli deve, o non vedere l'infinito, oppure avere una spiegazione del senso della vita tale per cui il finito venga eguagliato all'infinito" (Lev Tolstoj, Confessione)

Questa frase, scelta come motto della mostra che Russia Cristiana offre a tutti i partecipanti al trentacinquesimo Meeting per l'amicizia tra i popoli, lascia poco all'immaginazione di chi si accinge a visitarla. La questione che in essa viene affrontata è assolutamente centrale per la vita dell'uomo, anzi, è sicuramente la questione per eccellenza: l'infinito come senso della vita, in una continua dinamica di ricerca, di presentimento, di "assaggio" e insieme di smarrimento, di mai raggiunto, di mai pienamente compreso.

Per Tolstoj questa ricerca segnò tutta la vita, in una brama di conoscenza e di cambiamento che prende le mosse dai tempi del suo soggiorno nel Caucaso, al seguito dell'esercito imperiale, si sviluppa negli anni di Jasnaja Poljana con i tentativi di miglioramento ed emancipazione della vita dei contadini, passa attraverso una crisi religiosa che lo porterà a riformulare completamente la sua concezione del cristianesimo e della figura di Cristo – fino a negarne la divinità e conseguentemente venire scomunicato dalla Chiesa Ortodossa – e non si spegne fino al giorno della morte, avvenuta a seguito di una drammatica fuga dalla sua stessa famiglia e dal suo segretario – di fatto il suo "carceriere", custode di un "tolstoismo" che si voleva imporre allo stesso Tolstoj, il quale tuttavia lo sentiva come una gabbia -, e che lo coglierà in una sperduta stazione di provincia (a quasi 300 km a sud-est di Mosca), senza che gli sia possibile riconciliarsi con la Chiesa.

Un'esistenza in continua ricerca, quella di Tolstoj, ma nello stesso tempo una figura, la sua, alla quale tutta la Russia e l'Europa guardavano, ritenendolo un maestro di saggezza, un propagatore di una vera vita evangelica, un infaticabile avversario di ogni tirannia. Oltre che uno scrittore dalla straordinaria capacità di descrivere il cuore dell'uomo ed i suoi sentimenti più profondi.

Perché una figura simile in un Meeting che ha per tema le periferie dell'umano? 

Sicuramente Tolstoj non si sarebbe mai considerato una figura "periferica", lui che aveva comunque una personalità fortissima e un io continuamente assetato di esperienza e di conoscenza. Ben più facilmente si potrebbe pensare (e molti l'hanno pensato e ancora lo pensano) che l'unica "periferia", nella sua vicenda, sia quella della Chiesa ortodossa del suo tempo: una Chiesa così compenetrata con il potere statale zarista (non dimentichiamo che a capo del Santo Sinodo c'era a quel tempo un Oberprokuror [Procuratore capo], cioè un alto funzionario dell'amministrazione imperiale) da essersi praticamente ridotta, nell'esperienza dei più, a funzionare come un "apparato" dello stato al quale erano demandati una serie di attività e di "servizi" di carattere religioso e devozionale di cui tutti dovevano fruire, senza che si rendesse veramente necessario credere davvero in Cristo, ovvero porre l'annuncio di Lui come aspetto fondamentale dell'agire ecclesiastico, compreso inoltre dai più come una realtà perennemente in polemica con l'intellighenzia e il mondo della cultura.



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