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NICHILISMO/ Vorremmo "creare" il senso delle cose, ma non possiamo

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Il volto del timoniere di Ulisse, gruppo della Scilla (I sec. a.C.)  Il volto del timoniere di Ulisse, gruppo della Scilla (I sec. a.C.)

L'unica alternativa sembrerebbe essere quel processo ormai consumato della secolarizzazione che «tende a ridurre la fede e la Chiesa all'ambito privato e intimo». E il motivo più profondo sta nel fatto che «si percepisce la Chiesa come se promuovesse un pregiudizio particolare e come se interferisse con la libertà individuale». 

Come percepite questa sfida che sta al cuore della cultura del nichilismo? Come vi interpella personalmente e attraverso il lavoro di comprensione del mondo e dell'io che portate avanti? E come valutate i modelli di interpretazione oggi maggiormente in voga rispetto a queste sfide?

 

Adriano Fabris − La questione riguarda il problema del senso all'interno di un mondo in cui è diffuso, ed è divenuto quasi mentalità comune, il non-senso. Di più: ciò che è diffuso è quel fenomeno che possiamo chiamare "indifferenza". La questione di cui parliamo riguarda il rapporto tra senso e indifferenza nel mondo contemporaneo. Più a fondo il problema è quello del nichilismo: non solo l'esito della nietzscheana "morte di Dio", ma l'eclissi del senso in una piatta indifferenza. 

Ma che cosa significano, anzitutto, questi termini? "Indifferenza" è un termine equivoco. Esso può indicare infatti una duplice situazione: quella in cui si verifica una mancanza di distinzioni; quella in cui si realizza una vera e propria assenza d'interesse. In altre parole, l'atteggiamento d'indifferenza, una volta assunto, comporta sia un esito d'indistinzione fra ciò che potrebbe o dovrebbe essere separato, sia una manifestazione di disinteresse nei confronti delle cose. Si tratta, nel primo caso, dell'indifferenza in qualcosa, nel secondo, dell'indifferenza rispetto a qualcosa. Nel primo caso, quello dell'indistinzione, tutto risulta omologato, mescolato, confuso. Nel secondo, quello del disinteresse, ogni cosa che può attirare l'attenzione finisce per essere condannata a una sorta di appiattimento, che è frutto del distacco con il quale la si considera. 

In entrambi i casi, a ben vedere, si verifica propriamente l'annullamento di un rapporto. È in questo annullamento che emerge il tratto nichilistico del fenomeno dell'indifferenza. È questo, anzi, uno dei modi in cui può essere propriamente pensato ciò che chiamiamo, ormai da un paio di secoli, il "nichilismo". Il rapporto in questione, infatti, subisce l'annullamento perché viene negato che vi possa essere una qualche diversità, una qualche distinzione, fra i termini che potrebbero entrare in rapporto. Ecco perché tutto risulta indistinto. E, di fronte all'indistinto, non c'è nulla che mi possa attrarre o coinvolgere: ogni cosa mi appare priva di senso.

Il problema dell'indifferenza si collega dunque alla tematica del nichilismo. Ed ambedue queste nozioni possono essere a loro volta comprese riportandole a quell'esperienza di insensatezza che può sorgere in una determinata situazione, vale a dire alla perdita di senso che può riguardare un possibile rapporto. Ecco perché una relazione viene annullata; non c'è più nulla che mi motiva a impegnarmi in essa: perché ogni sforzo in questa direzione appare privo di senso. Emerge pertanto, quale elemento decisivo per la decifrazione del nostro tempo, la questione del senso.



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