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FOTOGRAFIA/ Tina Modotti. Perché non muore il fuoco

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Una fotografia di Tina Modotti  Una fotografia di Tina Modotti

Più volte ricorre, nei suoi scambi epistolari e negli scritti, la volontà di raggiungere un'eccellenza tecnica che paradossalmente trascenda le vicende particolari di quei volti e di quelle mani o delle folle radunate in piazza. Si spiegano così le astrette rarefazioni dei cristalli e dei tralicci ma anche le composizioni retoriche e scenografiche delle falci e dei martelli. Prima ancora della coscienza politica e di classe vi è nella sua opera una volontà di dominare la vitalità di un mondo impazzito e ricomporre, attraverso la tecnica fotografica e la potenza del simbolico, il mosaico di un senso che continuamente sfugge. 

Le azioni incomprensibili e violente degli uomini che la circondano, gli abbandoni e le fughe, la storia come un Dio impazzito che sembra manovrare i popoli e farli precipitare verso l'abisso di atrocità che sarà il secondo conflitto mondiale. L'adesione, apparentemente incondizionata, alla linea stalinista negli anni '30 giunse, anestetizzò l'arte della Modotti. Illusa e infine tradita, probabilmente nel modo più tragico, dagli ideali di un razionalismo dispotico e antiumano; quegli stessi ideali che avevano sosituito nella sua coscienza la complessità e la molteplicità che emerge dagli scatti dell'impetuoso periodo messicano e che ne avevano ormai inaridito l'ispirazione, la forza espressiva, la volontà di accedere ad una dimensione di autenticità. 

Condannata ad un'erranza senza meta nell'Europa totalitaria alle soglie del disastro, infine autoreclusa e precocemente avvizzita in una baracca di Città del Messico: del giovanile furore di Tina Modotti resistette negli ultimi anni, ben poco. Un ultimo scatto d'orgoglio, forse, nel rifiutare un rinnovo della tessera di partito e da lì una morte per sospetto avvelenamento, come eredità dei troppi segreti di cui era a parte. Una pudìca epigrafe di Neruda sulla sua tomba, infine, a celare le contraddizioni e le viltà di amici e compagni improvvisamente estranei se non complici: il sigillo apposto su di un'esistenza tragica, che riecheggia lungo i decenni come ammonimento per chiunque tenti di dominare le contraddizioni della vita attraverso le illusioni dell'arte.

(Davide Pairone) 




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