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FINE DELLA FEDE?/ Quell'"attrattiva" che Times e New Scientist non sanno leggere

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Già nel 1957 Roland Barthes nei suoi Miti d'oggi postulava le ovvie credenze popolari che hanno sostituito l'antica fede e con il sarcasmo di una finezza inimitabile sgretolava la sacralizzazione di quel profano che ambisce a costellare il cielo muto del mondo popolare moderno a noi contemporaneo.

Ma tutto ciò che c'entra con le statistiche americane che vedono aumentare a livello planetario l'incredulità? 

Cosa ha perso l'uomo che non partecipa più ai riti religiosi, alle feste popolari rievocative di motivi sacri, che ha abbandonato senza traumi (apparenti) i sacramenti? Non si rimpiange certo il folklore di un tempo né antiche emozioni consolatorie che a volte hanno sostituito la religiosità vera con strani placebo per le ferite dell'anima.

Dopo le grandi guerre, gli stermini di massa, la sterilità sociale di fronte al dolore, la ferocia bestiale che insanguina i nostri giorni, l'uomo non è più capace di parlare di sé. Sa molto di tutto, ma non sa di sé: è stato deprivato della sua esperienza. Se c'è una parola capace di descrivere quello che gli è accaduto, quello che gli sta accadendo, è la parola che più di altre è diventata enigmatica, problematica, in certi casi addirittura superflua. Quanto abuso della parola esperienza in tutta la letteratura e la filosofia del secolo scorso, senza per questo scomodare Heidegger, Thomas Mann, Hegel, Benjamin.

Si è passati dalla sua iper-semiotizzazione alla sua anoressia, a quella sorta di pelle e ossa che fotografa il fondo della nostra condizione umana, laddove parlare di coscienza di sé equivale ad uno stato afasico che percepisce il reale in modo sempre disturbato. Tristemente osservava Sartre: "fare, facendo farsi, e non esser altro se non ciò che si è fatto".

L'incredulità maggiore è l'accorgersi della propria residualità, del fatto che di sé quasi nulla è rimasto: ciò che chiamavamo "io" è precipitato in caduta libera ed è rimasto solo come pronome personale. Magari si spera che la psicanalisi sappia scandagliare il profondo e restituirci qualcosa che somigli a ciò che forse non siamo mai stati.

Berardinelli saggiamente conclude il suo contributo osservando che credere inflessibilmente è santità o fanatismo, ma non credere mai in niente è impossibile e disumano.



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COMMENTI
06/08/2014 - La fede oggi. (claudia mazzola)

"in questo cammino, uno può scoprire anche che la vita è buona, la realtà è positiva, tu puoi vivere veramente in modo diverso e quello che ti succede è un'occasione per crescere e che tu vali perché c'è qualcuno che ti vuol bene adesso".