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CARPE DIEM/ Quello "slogan" religioso che unisce Vasco Rossi e Orazio

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Chi vive il presente senza dolore non vive il presente. Galleggia invece nell'illusione che nulla scappi via. Ma «quo fugit venus, heu, quove color?»: dov'è fuggita la tua bellezza di un tempo, domanda a Lice, invecchiata come una «torcia dissolta in cenere» (Odi IV, 13). C'è poco da fare, «dovremo lasciare la terra e la casa e la donna che ci piace» (Odi II, 14), non potremo mica portarcele nella tomba, come voleva fare il Mazzarò di Verga, il quale, dovendo poi morire, prese a bastonate le anatre, gridando «roba mia, vientene con me!». Su cosa possiamo costruire, allora? Non vedi che l'ora che stiamo vivendo rapisce, prima che possa farlo l'uomo, il «diem»? Orazio ti tuffa in un bagno di povertà: non ti tengono in piedi né i soldi né i libri né la bravura, non puoi aggiungere un istante di vita in più a nessuno, in fondo in fondo «pulvis et umbra sumus» (Odi IV, 7). 

E allora come mai, chiederà alla «natura umana» Leopardi di fronte al «monumento sepolcrale» di «una bella donna», «se polve ed ombra sei, tant'alto senti?». Perché, anziché rassegnarci, continuiamo a desiderare l'immenso? Non somiglia all'ultimo colpo di genio di Vasco, Dannate nuvole? «Quando cammino in questa valle di lacrime vedo che tutto si deve abbandonare: niente dura, niente dura e questo lo sai, però non ti ci abitui mai… Chissà perché?». Cosa c'è in noi che ci fa volere l'eterno?

Sarà per questa mancanza che «nessuno sa vivere contento il suo destino» – si chiede Orazio aprendo le Satire – «ma tutti invidiano chi segue un'altra strada?». Come nel Mondo che vorrei di Vasco: «ed è proprio quando arrivo lì che già ritornerei, ed è sempre quando sono qui che io ripartirei». I soldati dicono che stanno meglio i commercianti e viceversa, e così l'avvocato e il contadino: se un dio però li prendesse sul serio, e proponesse a ciascuno di cambiare vita, «rifiuterebbero». Ecco che si ripresenta Leopardi, che «a quella questione di Orazio, come avvenga che nessuno è contento del proprio stato, rispondeva: la cagione è, che nessuno stato è felice». Gli uomini, infatti, «non si possono appagare se non della felicità. Ora, essendo sempre infelici, che maraviglia è che non sieno mai contenti?». Solo la felicità può bastare all'uomo, non la contentezza.

Già, ma «dov'è questa felicità?», incalza il finale di Stupido hotel. Non certo nel «carpe diem» inteso alla moderna: «non sai mettere a frutto il tempo libero, come uno schiavo fuggitivo o vagabondo scappi da te stesso, di volta in volta tentando con il vino, con il sonno, di sottrarti al tuo tormento» (Satire II, 7). Non serve scappare, né ubriacarsi (è Orazio a dirlo!), perché il tuo io «t'incalza». 



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