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CARPE DIEM/ Quello "slogan" religioso che unisce Vasco Rossi e Orazio

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Né una vacanza che vuol far dimenticare l'ordinario: «cambiano cielo, non il cuore, quelli che vanno dall'altra parte del mare». Dappertutto «inseguiamo il sogno d'essere felici. Mentre quel che cerchi è qui»: qui, non in un altrove che vale, rispetto all'immensità del proprio «tormento», come «un perizoma in mezzo alla tormenta» o «il focolare a ferragosto» (Epistole I, 11).

Certo, per sopportare il «qui» non è sufficiente esserci, Vasco ha ragione: «Ora che sono, ora che sono qui in questo stupido stupido hotel e non sei qui con me, tutto mi sembra inutile, tutto mi sembra com'è: farmi la barba o uccidere che differenza c'è?». Una cosa varrebbe l'altra, perché tutto sarebbe destinato a finire. Anzi, «qui si può solo piangere, e alla fine non si piange neanche più»: pur di non sentire le lacrime, facciamo finta di niente, menandocela con un frainteso «carpe diem»; non sperando più nella felicità, ci accontentiamo almeno di fare gli spensierati; non potendo cogliere l'attimo d'inverno, ci proviamo almeno d'estate. 

Ci fa vivere adesso, invece, non resistere al pianto, sentendo «il non potere essere soddisfatto da alcuna cosa terrena»: ma questo – a proposito di cosa significhi cogliere l'attimo – non lo sanno «gli uomini di nessun momento», come li chiama splendidamente Leopardi.

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