BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

CARPE DIEM/ Quello "slogan" religioso che unisce Vasco Rossi e Orazio

Pubblicazione:

Infophoto  Infophoto

«Carpe diem» è lo slogan che tanti usano per invitare a godersela, soprattutto d'estate. Magari non sanno che Orazio invece la scrisse d'inverno, guardando rami piegati dalla neve e onde contro gli scogli. Perché preoccuparsi del freddo o di quel che non va, però? «Eh già, il freddo quando arriva poi va via», direbbe Vasco Rossi: possiamo accendere il fuoco e bere vino, «lascia le altre cose agli dèi», che, quando vogliono, calmano i venti (Odi, I, 9). 

«Quant'è meglio accettare quel che sarà!», anziché perdere il presente vivendolo in funzione del futuro (potesse capirlo chi studia per costruirsi un domani, e si perde il presente di quella pagina perché la vede solo come una preparazione a chissà quale vita che chissà quando dovrebbe venire e di cui invece non sa nulla!). È qui che scocca il problema, più che il consiglio: «carpe diem». Maledizione! già mentre stiamo parlando questo tempo ci scappa via (Odi, I, 11). 

L'accordo è in minore, il tono è malinconico, come la pioggia di Sally. Sì, quella di Vasco, che ha visto sbriciolarsi la vita come «un brivido che vola via». Come si fa a fermare la vita? A cosa sono serviti tutti i tentativi di rispondere alla malinconia? Perfino «ogni candida carezza data per non sentire l'amarezza» adesso le brucia. Nel «carpe diem» trema questa tristezza: «forse davvero ci si deve sentire alla fine un po' male». «Il senso» del «vagare» di Sally sarà forse nel desiderio di «vivere davvero ogni momento con ogni suo turbamento, e come se fosse l'ultimo»? Un desiderio oraziano: «tra speranze e affanni, tra collere e timori, fa' conto che ogni nuova alba segni quello ch'è per te l'ultimo giorno» (Epistole, I, 4). 

«Carpe diem» è una frase malinconica e religiosa: perché la vita dipende dagli dèi (mentre chi inneggia oggi al «carpe diem» lo fa all'insegna di un beota "sono io l'artefice del mio destino"), e perché, diciamocelo: quest'attimo si lascia poi davvero cogliere? La vita è come la «voglia di vivere» di Liberi liberi, che chissà «cosa diventò»: se ne va mentre beviamo e guardiamo «i fiori troppo effimeri della leggiadra rosa». Con quell'avverbio che schianta: «nimium brevis flores», i fiori non sono soltanto brevi, ma «troppo» brevi (Odi, II, 3). Che dolore in quel «troppo»! Come se, insieme alla fragilità di tutto, venisse a galla un singhiozzo: non è possibile che tutto sia così breve! 



  PAG. SUCC. >