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LETTURE/ Un’altra guerra di Troia, diversa da quella di Omero

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Da queste poche notizie, velocemente riassunte, pare facile riconoscere le stimmate di un falso letterario intenzionale, di un colto gioco nel campo delle infinite possibilità di riscrittura secondo angolazioni diverse offerte dal mito. Ma l’epistola prefatoria sembra arricchire – e complicare – ulteriormente il problema, perché entrano in gioco due personaggi ben noti nel panorama letterario latino del I sec. a. C.: Cornelio Nepote e Sallustio. Secondo l’epistola prefatoria, infatti,  il primo, autore di un’opera storica di impostazione biografica, avrebbe scovato, ad Atene, il codice contenente il testo della storia, e l’avrebbe tradotto per farne omaggio all’amico. Del resto, da varie fonti (per esempio in Poll. 7, 211 Bethe) risulta attestato nella città attica fin dal V sec. a. C. un fiorente commercio librario. E come Nepote della lettera dedicatoria è preso da passione per il testo di Darete, così, il più tardo Gellio, fra II e III sec. d. C.,  nelle Notti Attiche (9, 4, 1-5) affermerà di essersi soffermato, una volta arrivato al porto di Brindisi, presso alcune bancarelle, interessato ai fasci di libri che narravano vicende inaudite, fatti incredibili (res inauditae, incredulae), capaci di suscitare stupore e profondo interesse.

Dunque, con ogni probabilità, anche per quanto riguarda l’epistola premessa al testo ci troviamo di fronte a un ulteriore gioco letterario, perché non sono noti rapporti fra Sallustio e Nepote – che pure furono contemporanei e fra i quali sarebbe comunque plausibile pensare a un incontro. Ammesso – e non concesso - che il testo greco di cui si parla e quello latino attribuito a Darete siano il medesimo testo tradotto nella lingua dei Romani, in quale età potremmo quindi collocare l’opera greca letta da Eliano e Tolemeo Chenno, vissuti a cavallo fra I e II sec. d. C.? Sempre nell’epistola prefatoria, il traduttore latino – Cornelio Nepote, come si diceva, o chi per lui – insiste molto sul carattere razionalista del racconto di Darete, che volutamente non ha dato spazio a quegli elementi sovrannaturali tanto presenti in Omero. Tale intonazione razionalista è in effetti uno dei tratti più salienti della Storia della distruzione di Troia e si inquadrerebbe entro la cultura alessandrina del IV-III sec. a. C.: frutto maturo di questa temperie culturale fu anche, per esempio, la Storia sacra di Evemero di Messene, di cui ci sono pervenuti solo pochi frammenti[1]: Evemero, storico e filosofo descriveva un’isola in cui avevano regnato uomini potenti, di nome Urano, Zeus, Apollo, i quali poi, in virtù delle loro benemerenze, sarebbero stati onorati di un culto divino, e quindi venerati in tutto il mondo come dèi.



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