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LETTURE/ Un’altra guerra di Troia, diversa da quella di Omero

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Una tale visione razionalistica della divinità, del resto, era destinata, al di là del culto ufficiale, a permeare profondamente, fin dall’età arcaica, la forma mentis dei Romani: essa si ritrova infatti in uno degli storici più antichi di Roma, l’annalista Cassio Emina, i cui frammenti, in special modo quelli relativi al culto sacro e alle origini delle istituzioni civili e religiose, rivelano una forte impronta che potremmo definire, per così dire, illuminista ante litteram; e del resto, anche Ennio, il grande classico di Roma prima di Virgilio, scrisse un Euhemerus sive Sacra Historia[2]. In altre parole, l’ambiente intellettuale romano era da sempre pronto a recepire un’opera elaborata da un autore ellenistico volto a demitizzare la più importante guerra mitica dei Greci, e per giunta dall’ottica dei Troiani, remoti antenati dei Romani.

Ovviamente, però, tutte queste restano ipotesi da tavolino, visto che, a tutt’oggi, non sono stati ritrovati testi greci attribuibili a Darete. In più, da alcuni anni, una scoperta ha aperto scenari ancora più problematici sulla trasmissione di questa misteriosa e affascinante opera: è stata infatti individuata una famiglia di codici che sembra offrire una redazione del testo più ampia e dettagliata. Si tratta di uno stadio della trasmissione anteriore a quello vulgato, o di uno stadio successivo, quindi interpolato?

Il lungo preambolo chiarisce, o almeno lumeggia, le fortunose e misteriose traversie attraverso le quali ci è pervenuto questo testo, la cui genesi è assai complessa, per non dire, forse, irricostruibile. Potrebbe trattarsi della versione latina, tradotta da Nepote, di un originale greco, romanzesco e insieme demitizzante, traduzione poi epitomata e giuntaci quindi in una forma linguisticamente seriore. Oppure, se non vogliamo attribuire nessuna credibilità all’epistola prefatoria, dobbiamo pensare a un tardo falsario latino, autore, all’incirca del V sec. d. C., di uno scritto dal carattere così particolare, e ideatore di un tale raffinato gioco di specchi per l’attribuzione della paternità dell’opera.



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