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MEETING 2015/ Mario Luzi e quel mistero che ci chiama per nome

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Mario Luzi (1914-2005) (Infophoto)  Mario Luzi (1914-2005) (Infophoto)

Si prende il rischio e la responsabilità di una domanda esplicita, con tanto di punto interrogativo, il trentaseiesimo Meeting di Rimini, che nel titolo dell'edizione 2015 si affida ai versi di un poeta, Mario Luzi: «Di che è mancanza questa mancanza, cuore, che a un tratto ne sei pieno?».

Porre una domanda così radicale è sempre un rischio e una responsabilità, in un tempo che per le domande radicali ha sviluppato una certa infastidita diffidenza: un rischio che non a caso è qui la poesia a formulare con il gesto fermo e discreto di chi conosce l'immensa dignità del proprio grido. Una sfida tanto più interessante, se si pensa a come una manifestazione così imponente e clamorosamente "pubblica" come il Meeting di Rimini possa lasciarsi sfidare da una domanda che, per tanti, può apparire come una questione psicologica, privata, intimistica. Mi sembra perciò che nella scelta di questo titolo, il Meeting lanci già nelle premesse una provocazione decisiva: e cioè che una domanda sulla realtà del proprio cuore, su quella mancanza che ne definisce la natura, può e deve essere un'ipotesi valida per interrogare tutti i campi, i saperi e i luoghi d'incontro: una domanda che può e deve farsi strumento di verifica culturale, economica, scientifica, politica. Non (solo) per la portata delle sue implicazioni, ma per il suo sfidare il cuore e il destino individuale di ogni singolo uomo. La crisi storica europea – ci dice questa scelta – non può capirsi né tantomeno risollevarsi se non facendo fronte a questa domanda personalmente

Non è un caso che sia stato proprio Mario Luzi, in un articolo del 1954, a scrivere in merito: «Ciò a cui stiamo assistendo non è la crisi, bensì la crisi della crisi e cioè la nevrosi. Non temessi di riuscire paradossale e brillante, direi infatti che è proprio la crisi che è in crisi. (…) Tutti i sintomi della nevrosi si possono riassumere, mi pare, in una grave perdita di concretezza: i gesti che suggerisce peccano di astrazione, mancano di mordente e di presa proprio mentre traducono l'ansia di afferrare risolutamente e definitivamente, senza più una gerarchia perché senza più centro, i termini del problema. Spara a bruciapelo su ogni parvenza o ombra, temendo gli scappi la preda». 

La domanda di Luzi fotografa quindi non la diagnosi di uno stato o la curvatura di una riflessione, ma la realtà dinamica e incalzante di una sfida: quella di ripartire, precisare, guardare la vera natura del proprio bisogno. Chiedersi di che mancanza sia questa mia mancanza significa in altre parole chiedermi di cosa io ho davvero bisogno – andare a fare i conti con ciò che io sono, con ciò che l'uomo è veramente.



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