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ALDO MORO/ La sua "solitudine" e gli opposti interessi di Usa e Urss

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Aldo Moro (1916-1978) (Immagine d'archivio)  Aldo Moro (1916-1978) (Immagine d'archivio)

Ci limitiamo a ricordare che, dopo la morte di Margherita Cagol, compagna del fondatore delle Br Renato Curcio (1975, conflitto a fuoco con i carabinieri alla Cascina Spiotta di Acqui Terme per la liberazione dell'industriale Gancia rapito a scopo di estorsione), e con la seconda e definitiva cattura di Curcio e del suo braccio destro Franceschini (gennaio 1976), la direzione del movimento passò a Mario Moretti. Da quel momento ebbe inizio la serie interminabile di omicidi premeditati a freddo − a cominciare da quello del procuratore generale di Genova Francesco Coco e della sua scorta – che mai, prima di allora, si erano verificati. 

Mario Moretti era un freddo e determinato stratega, non un ingenuo idealista. Perché, se lo fosse stato, non avrebbe sequestrato Aldo Moro (per scambiarlo con 12 compagni detenuti), ma magari Andreotti, o Fanfani. Di sicuro, un leader Dc gradito all'Occidente, alla Nato, agli Usa. Invece, Moro era assolutamente sgradito agli Stati Uniti, perché aveva deciso di aprire le porte del governo al partito di Berlinguer, ormai non più asservito a Mosca. Ma questo particolare (cioè un Pci finalmente italianizzato), l'America di Carter, di Henry Kissinger e di Pieczenik non lo dava certamente per scontato. Per loro, affidare qualche ministero al Pci significava consegnare all'Urss le chiavi di tutte le basi militari americane, i depositi di armi anche atomiche, i segreti americani sul nostro territorio. Non per nulla, durante un suo viaggio negli Stati Uniti, Kissinger aveva sibilato a Moro: «Lei la deve smettere di volere il Pci nel governo. O la smette, o la pagherà cara» (testimonianza della moglie di Moro, Noretta, alla Commissione parlamentare).

A questo punto, qualcuno potrebbe domandarsi come mai nessuno, all'interno dello staff delle Br, pensò di dissuadere Moretti dal puntare sull'obiettivo Moro, leader democristiano sì, ma di certo non sgradito alla sinistra. La risposta è molto semplice: quello staff, come peraltro l'intera base brigatista, era composto da una massa di idioti.

E vediamo come Mario Moretti ha scontato i sei ergastoli cui fu condannato. Oggi sessantottenne, è in regime di semilibertà dal 1997. La notte (ma il particolare andrebbe controllato, e noi non abbiamo né tempo né modo per farlo) va a dormire nel carcere milanese di Opera e di giorno lavora, come dirigente, in una cooperativa che gestisce gli impianti informatici della Regione Lombardia.  Ha scritto un libro di successo (Brigate rosse, una storia italiana) e ha fondato l'Associazione "Geometrie variabili" per fornire «lavoro non alienante ai detenuti». Di geometria (la «geometrica potenza di via Fani») parlava anche, a proposito dell'annientamento della scorta di Moro, il suo braccio destro Oreste Scalzone, scarcerato «per motivi di salute», poi «esule» a Parigi fino al 2007, quando poté tornare in Italia senza scontare la condanna perché i giudici della Corte d'Assise di Milano avevano sancito l'«intervenuta prescrizione in relazione ai reati di partecipazione ad associazione sovversiva, banda armata e rapine». 



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COMMENTI
10/09/2014 - Illusioni (Vittorio Cionini)

Ci sono ancora misteri sulla morte di Savonarola figuriamoci se si riesce a capire il "backstage" della vicenda di Aldo Moro. Vittorio Cionini