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1914-2014/ Che differenza c'è tra fare la guerra e uccidere un uomo?

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L'insorgere della coscienza è inesorabile, fino al formarsi di un chiaro giudizio. "Fare la guerra è una cosa, uccidere un uomo è un'altra cosa. Uccidere un uomo, così, è assassinare un uomo". Il tenente lascia il fucile, lo passa al caporale, chiedendogli se vuole sparare. Ma anche il caporale rifiuta. È la scoperta dell'altrui e quindi della propria umanità. Come scrive mirabilmente Lévinas in Totalità e infinito, nella rivelazione di un volto si nega l'impersonalità della violenza: il faccia a faccia instaura la prossimità dell'altro, apre l'etica del colloquio autentico tra uomo e uomo. L'idea stessa di infinito "si produce concretamente sotto la specie di una relazione con il volto".

L'episodio costituisce la più chiara risposta alla cieca obbedienza militare, ricorrente nel libro, per la quale tanti soldati furono condotti a morire senza ragione. In guerra non bisogna pensare, dice un personaggio, "perché, se dovessimo pensare a qualcosa, dovremmo ucciderci l'un l'altro e finirla una volta per sempre". Meglio, allora, ricorrere al cognac.

Dopo qualche anno, nel secondo conflitto, Pavese si ricordò, forse, del libro di Lussu. Nel finale de La casa in collina scrive: "Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l'ha sparso".

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