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1914-2014/ Che differenza c'è tra fare la guerra e uccidere un uomo?

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Secondo Mario Rigoni Stern Un anno sull'Altipiano di Emilio Lussu (1890-1975) è il libro più bello scritto sulla prima guerra mondiale. Fatto salvo il biografismo di Rigoni Stern (l'Altipiano è quello di Asiago), non vi è dubbio che solo pochi altri libri, come i diversissimi Con me e con gli alpini di Piero Jahier e il Giornale di guerra e di prigionia di Carlo Emilio Gadda, possono reggere il confronto con quello di Lussu. La particolarità di Un anno sull'Altipiano è, innanzi tutto, quella dell'autore stesso. Lussu, interventista democratico, prese parte alla guerra come ufficiale della Brigata Sassari, composta quasi esclusivamente da soldati sardi; nel 1919 fondò il Partito Sardo d'Azione, fu deputato negli anni Venti, poi, da strenuo oppositore del fascismo, fu arrestato e confinato a Lipari, da cui riuscì a fuggire per costituire a Parigi, insieme con Carlo Rosselli, il movimento di Giustizia e Libertà, di cui rappresentava l'ala socialista. Durante l'esilio, riorganizzò le file degli antifascisti, poi partecipò attivamente alla Resistenza; confluito nel Partito d'Azione, fu ministro nei governi Parri e De Gasperi. Sciolto il Partito d'Azione, aderì al Partito Socialista. Non fu quindi un letterato, ma un accorto uomo politico, dotato di grande realismo e di spiccate capacità organizzative. 

Un anno sull'Altipiano racconta le vicende di un solo anno di guerra, tra il giugno del 1916 - l'inizio della Strafexpedition, con la quale gli austriaci intesero punire gli ex alleati italiani per il loro voltafaccia - e il luglio 1917, poco prima della disfatta di Caporetto. Altra particolarità è che il libro venne scritto tra il 1936 e il '37 - quindi a distanza di vent'anni dai fatti accaduti – in un sanatorio svizzero, dove l'autore era convalescente da una malattia polmonare, su diretta sollecitazione di Salvemini. 

Un anno sull'Altipiano non è dunque, strettamente, un diario di guerra, ma un memoriale, privo di struttura cronologica o lineare; in esso l'autore condensa i suoi ricordi, raggrumandoli attorno a episodi salienti o a figure impresse nella memoria. "Io non racconto e non rivedo che ciò che maggiormente è rimasto impresso in me", afferma. Egli dunque sacrifica l'esattezza del ricordo alla scelta di offrire al lettore degli avvenimenti che possono costituire fonte di riflessione e di giudizio. 

Riletto a tanti anni di distanza dai fatti, possiamo dire che il fascino del racconto è intatto; colpiscono ancora la freschezza narrativa, la precisione del giudizio storico e forse più di tutto, il tono di dissacrante umorismo che pervade molte pagine del libro. Questo può apparire paradossale in un contesto di vicende tanto tragiche. A ben vedere però, sorprende meno, dato che l'umorismo, innanzi tutto, obbedisce alla funzione di critica degli alti comandi militari, in gran parte responsabili della stolida condotta della guerra; in secondo luogo, in ogni rappresentazione realistica della vita umana comicità e tragedia si fondono in modo inestricabile, come ben sanno i grandi narratori, da Boccaccio, a Cervantes, a Pirandello.



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