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LETTURE/ 2. Massimo Morasso, l'avventura di uno "Zibaldone" senza fine

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È la presenza sempre percepibile all'interno delle pagine di questa umanità sinceramente impegnata con la vita e con la verità che ci rende autenticamente partecipi di questo viaggio, e così un libro che presenta  anche ostici passaggi di riflessione filosofica, illuminate rivelazioni sul fare artistico e poetico, vigorosissime tirate contro l'establishement pseudoculturale, ci si apre invece come il diario di un uomo nel quale riconoscerci e con il quale domandarsi le due o tre cose che contano davvero nella vita e tentare di rispondere, o di trovare una risposta in altri che prima di noi si sono interrogati. 

È questo il senso dei molti passaggi del libro in cui autori e personaggi − reali della realtà apparente del divenire, o reali della realtà inventata dall'arte – vengono chiamati in causa, come compagni di viaggio e di avventura: Benjamin, appunto, o Rilke, o Florenskij, nel pensiero del quale Morasso trova "un nuovo modo di pensare… un sapere dell'antinomia e dell'ambivalenza fino a ieri sconosciuto all'orizzonte linguistico-filosofico in cui l'Occidente si è sempre riconsociuto". Il tema principale è sempre lo stesso (e del resto, ve n'è un altro per cui valga la pena interrogarsi?): la vita e la morte, il tentativo di connettere l'ombra e la luce, di sanare la contraddizione tra il divenire e l'essere. 

In alcuni passaggi sembrerebbe raggiungibile questa possibilità attraverso un mondo intermedio, in "una striscia di terra fertile fra corrente e pietra ritrovata intatta" come dice il poeta. Cioè sembrerebbe che il Morasso uomo, e poeta, possa trovare una sorta di dimora felice in questo terzo escluso, in una parola che, al di là dell'episteme, è pienamente e veramente simbolo che sappia contenere storia e trascendente, trasformarsi in un'esperienza quasi mistica. 

Il viaggio del poeta approda forse a una sorta di poesia religiosa, o ancor meglio, a una parola come religione? Per fortuna non è così, è lo stesso Morasso a dire "Ma io non mi sono mai fidato della letteratura, né di chi la fa". L'autore sa bene che la verità non sta nella parola, ma piuttosto nella metamorfosi del vivo: "l'incarnarsi del divino nell'umano è un enigma", dice Morasso citando Mann, "è un fenomeno che ci richiama ai misteri più profondi della nostra fede cristiana". E questo vale per l'uomo e per il poeta: un poeta è un poeta e aiuta il mondo a resistere, "il poeta è di casa soltanto nella sofferenza e nella carità. Che poi, sofferenza e carità, sono due dei nomi più giusti e più pieni di senso dell'amore". 

Cosa deve fare un uomo per essere uomo? Cosa deve fare un poeta per essere poeta? Guardare dentro alle tenebre per strappare un significato alla luce. La storia intera, per Morasso, diventa la storia di un Dio che è amore, perfetta identità del divino e dell'umano, e in un passaggio del libro c'è un esplicito riferimento a un Cristo in croce con le braccia larghe, "un'immensa, eterna unificazione degli estremi nell'abbraccio della morte". 



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