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STORIA/ Il "buongoverno" si impara nella Siena del '300

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Ambrogio Lorenzetti, Allegoria degli effetti del buon governo (1338-39) (Immagine d'archivio)  Ambrogio Lorenzetti, Allegoria degli effetti del buon governo (1338-39) (Immagine d'archivio)

Siamo così condotti nella crisi finanziaria e nell'effetto domino provocato dal fallimento della Gran Tavola dei banchieri Buonsignori (1309), con il conseguente processo di de-internazionalizzazione della banca senese; oltre alle debolezze di un sistema privo di una forte struttura produttiva in grado di fornire una spina dorsale all'economia finanziaria. Le strategie operate dai Nove perseguirono l'obiettivo di assicurare la permanenza in patria dei capitali, blindando l'archivio della Gran Tavola; e difesero i ricchi banchieri, ritenendo questa scelta non ininfluente per tutta la città. Dopo la crisi delle società finanziarie internazionali avvenne così una riconversione dell'economia senese: l'investimento fondiario rappresentò una svolta essenziale, così come il prestito al Comune impegnato nelle complesse opere pubbliche già ricordate. La circolazione della ricchezza trovò nuovi percorsi, ad esempio con quella sorta di cassa di risparmio che fu avviata dall'ospedale Santa Maria della Scala, recentemente ricostruita da Gabriella Piccinni (Il banco dell'ospedale di Santa Maria della Scala e il mercato del denaro nella Siena del Trecento, Pisa 2012). Nacquero anche nuove forme di amministrazione fiscale, come la «Tavola delle Possessioni» (primo esempio di catasto descrittivo). 

Ma quel governo giunse anche a elaborare forme originali di comunicazione politica, come nel caso delCostituto in volgare (non fu solo una traduzione dei precedenti statuti), affinché potesse essere letto anche dalle «povare persone et altre persone che non sanno grammatica». Un Costituto nel quale i Nove, in 94 capitoli senza «soffismo e cavillatione», delineavano la composizione e i connotati di un governo di popolo, le prerogative e la disciplina (i membri erano sostituiti ogni due mesi), le competenze e i limiti, le ambizioni di una classe politica e il compito di difesa delle «ragioni» e dell'onore del Comune.

Solo questione di soldi o propaganda, dunque? Anche, forse, ma certamente non solo. Condivido in pieno la necessità, proposta da Gabriella Piccinni nel convegno citato, di comprendere i nessi tra diversi aspetti della vita di una comunità civile: il rapporto «tra le aspirazioni e i bisogni della gente», «la possibilità di soddisfarli che la società offriva loro e le forme che questa possibilità a sua volta determinava», la realizzazione di una sorta di welfare dell'epoca, con imprese della «carità pubblica», e «forme originali di comunicazione politica», come il volgarizzamento delle raccolte normative e stupendi cicli di affreschi, in «una società che voleva scoprirsi unita dall'idea del bene comune». Realizzazioni storiche contingenti, dunque, nelle quali trovano tuttavia espressione fini e principi che le superano.

Tre considerazioni finali. Si usa oggi diffusamente il termine "bene comune" contrapposto alla "tirannia", una distinzione che abbiamo visto condivisa fin dai giuristi medievali: «diciamo che sia un buon regime, e non tirannico, quello nel quale prevale l'utilità comune e pubblica piuttosto che quella di colui che è reggente» (Bartolo da Sassoferrato). Una tradizione a cui si lega la nascita stessa del repubblicanesimo contemporaneo (si vedano gli studi di Maurizio Viroli). Ma sul piano storico non si deve dimenticare che un termine nuovo è stato introdotto al tramonto del Medioevo: la ragion di stato, dove lo status non indicava più il modo di essere di una entità (status civitatis, lo stare in piedi della propria civitas o della propria terra) ma l'entità astratta del Principe di Machiavelli, «Tutti li stati, tutti e' dominii …». 



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