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STORIA/ Il "buongoverno" si impara nella Siena del '300

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Ambrogio Lorenzetti, Allegoria degli effetti del buon governo (1338-39) (Immagine d'archivio)  Ambrogio Lorenzetti, Allegoria degli effetti del buon governo (1338-39) (Immagine d'archivio)

La fioritura della città di Siena, a cavallo tra XIII e XIV secolo, è universalmente nota. Sul piano architettonico, urbanistico e artistico i soli nomi di alcune opere richiamano alla memoria un patrimonio di valore inestimabile: dal Duomo alla piazza del Campo, con il suo Palazzo e la sua Torre; dalla Maestà di Simone Martini nella Sala del Consiglio, a quella di Duccio di Buoninsegna per l'altare della cattedrale. Ma ciò che forse non sempre si ricorda è che quel complesso di interventi che ha coronato l'inconfondibile immagine di Siena appartiene a un'unica stagione, che coincide con una pagina di assoluto interesse nel panorama politico delle città medievali: il cosiddetto Governo dei Nove della «mezzana gente». 

A cavallo tra XIII e XIV secolo quel governo di popolo rimase al potere per circa settant'anni (una longevità di tutto rispetto per i tempi) ed incarnò le aspirazioni del ceto medio senese. Non sono solo gli storici di oggi che si interrogano sull'ascesa e declino dei Nove, ma anche gli stessi testimoni del tempo. Il poeta senese Bindo Bonichi, direttamente coinvolto nelle aspettative per quel governo di cui fece parte nel 1309 e nel 1318, denunciava la parabola compiuta proprio in quel decennio dai «mezzani»: assaggiato «el giglio e San Giovanni» (cioè il fiorino di Firenze) non si erano sottratti alla tentazione di tirannide, tradendo così le aspettative suscitate nella loro ascesa. Con maggior distacco critico Bartolo da Sassoferrato, il più importante giurista dell'epoca, considerava i Nove come «ordo divitum hominum» (ordine di uomini ricchi), che tuttavia governarono «bene et prudenter». Del resto il suo De Tyranno, nel quale ereditava il dettato di San Tommaso ed Egidio Romano, non era privo di realismo nell'affermare che «come è raro trovare un uomo completamente sano che non soffra alcuna malattia, altrettanto è raro trovare qualche regime nel quale si attenda soltanto al bene pubblico e nel quale non vi sia qualche aspetto tirannico. Sarebbe più divino che umano».

Come affrontare dunque la valutazione di quel ceto divenuto gruppo di potere, secondo i moniti morali del Bonichi o i giudizi politici di Bartolo da Sassoferrato? Cosa rese possibile quella fioritura della città proprio in anni di crisi economica e politica? Si tratta di domande prettamente storiche, che non richiedono risposte "in generale", poiché questi interrogativi si impongono alla nostra attenzione al cospetto, e non a dispetto, di quelle realizzazioni che rendono Siena unica nella storia e nella cultura.

È su queste domande che gli atti del convegno recentemente pubblicati intendono far luce: Siena nello specchio del suo costituto in volgare del 1309-1310, a cura di Nora Giordano e Gabriella Piccinni (Pacini 2014). E lo fanno rilanciando nei lettori nuove domande: se la prima redazione in volgare di statuti di una città medievale ha rilevanza in vari campi (anche per la storia della lingua italiana), come valutare la decisione di un governo di parlare in volgare? Cosa accadde a Siena in quei primi decenni del Trecento e quali risposte gli uomini e la società del tempo elaborarono?



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