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LETTURE/ Hölderlin, il dolore non ferma la poesia

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Queste liriche perciò, se non altro per quanto concerne la firma e la datazione (una ventina di queste liriche sono siglate, infatti, con il nome di Scardanelli, giacché il poeta – ormai folle - negava di chiamarsi Hölderlin. Inoltre le date poste in calce alle poesie sono del tutto assurde. Si pensi solo a quella recante l'inquietante datazione 9 marzo 1940), restano segnate dal marchio deturpante della psicosi. La loro sintassi si fa talvolta eccentrica e la strofa è a rischio d'incoerenza grammaticale; come l'ostinatezza reiterata di certe immagini può far pensare a una coazione ossessiva a ripetere. La struttura e lo stile compositivo delle Turmgedichterisultano apparentemente alquanto semplici e naif, con un ritorno all'uso della rima. Inoltre, dice bene Enzo Mandruzzato, in esse: "Sono del tutto assenti i grandi temi del passato. Anzi non vi sono temi, e neppure avvenimenti, tranne quello del ritorno delle stagioni". Tali composizioni, a prima vista, possono apparire quindi mere poesie descrittive (spesso brevi) o al più contemplative in cui l'io, tranne in un paio di occasioni, è di fatto assente o, forse meglio, dismesso/abolito. Il soggetto - impersonale -, allorché non esprima un elemento della natura (alberi, monti, fiori, campi, luce, ecc.) è qui costituito semmai dalla formula generica: "l'uomo" - "gli uomini") ("der Mensch" – "die Menschen").

C'è chi, a causa del loro tono lirico orientale, ha paragonato le Turmgedichte agli Haiku giapponesi, ma io ritengo che questo accostamento sia poco appropriato, se non altro perché essi sono caratterizzati da un'assoluta concisione e schematicità che troviamo assai di rado nell'ultimo Hölderlin.

Ciò che comunque sorprende in tali poesie d'estremo nitore (verrebbe pure da aggiungere: d'estrema bellezza) è una grande levità, il respiro musicale e placido di una versificazione sobria ma intensa, essenziale ma ricca di echi, rimandi, suggestioni. Il registro talora è oracolare, però privo di saccenza alcuna. Colpisce la pacatezza/mitezza che emerge dalle strofe. Una serenità di fondo che sconcerta, se teniamo conto dello stato patologico del Nostro. Infine la peculiare struttura metrica d'estrema semplicità, ma al contempo di notevole efficacia espressiva che denota gli ultimi testi hölderliniani, consente al poeta di comunicare senza retorica o enfasi un messaggio di ritrovata quiete che commuove e consola. Quasi l'uomo lacerato dalla schizofrenia avesse davvero raggiunto o almeno presagito la Vollkommenheit, la "compiutezza" cui fa cenno l'ultima sua splendida poesia: "Die Aussicht" ("La veduta"), che chiude per sempre il canto e la vita del poeta all'insegna di una mite, inattesa illuminazione provvidenziale.

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COMMENTI
18/09/2014 - aggiungerei Balthasar (Claudio Baleani)

Sono citati molti autori. Io aggiungerei Balthasar che ha scritto 21 pagine su Hoelderlin nella sua enciclopedia Gloria, opera monumentale. 21 pagine di profondità e larghezza per il più grande lirico tedesco, vero fondatore dell'idealismo, del panteismo moderno, precursore del nihilismo. Una testimonianza del cristianesimo disperato che dopo aver depredato Cristo delle sue caratteristiche ed averle proiettate nel mondo si ritrova in un mondo vuoto dove lo zefiro d'Italia diventa un vento gelido e la divinità un volto frigido.