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ARTE/ Il simbolismo di Boccioni e la "solitudine" dell'amore

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U. Boccioni, Beata solitudo sola beatitudo (1907-08, particolare) (Immagine d'archivio)  U. Boccioni, Beata solitudo sola beatitudo (1907-08, particolare) (Immagine d'archivio)

A ispirare la sua concezione era Ibsen, di cui nel 1907 aveva letto Casa di bambola, ma soprattutto Nietzsche, per cui la solitudine è la condizione del saggio, dell'artista, del superuomo. "Ripara, amico mio, nella tua solitudine… Troppo sei vissuto vicino ai piccoli e ai miserabili: sàlvati dalla loro invisibile vendetta", si legge nello Zarathustra. La nietzscheana trasmutazione di tutti i valori sembrava insomma a Boccioni, e a tanta parte della cultura dell'epoca, una via per superare il sentimento borghese, in nome di un eroico solipsismo tardoromantico. A un tale clima culturale, poi, Boccioni univa la sua particolare psicologia, che lo portava a scrivere a Sibilla Aleramo nel 1913: "Io non posso amare nessuna donna… Non voglio saperne. Mi ripugna il pensare d'essere legato a qualcuno. Vivo bene solo!"

Per fortuna, però, la forma ha più contenuti del contenuto. E dunque possiamo apprezzare l'affascinante opera di Boccioni anche al di là delle sue idee sull'amore. L'artista stesso, del resto, scriverà qualche anno dopo: "Ho osservato che molte idee per le quali ho tanto combattuto in passato erano semplicemente delle idee acquisite che si erano sovrapposte a quello che in me era fondamentale. Queste idee mal digerite mi spingevano a generalizzare.[…] Non prendevo le idee come materiali alla mia costruzione ma mi mettevo al servizio di tutte le idee che nel mio cervello venivano a passeggiare".


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Federica Rovati, Boccioni. Beata solitudo sola beatitudo, Scalpendi editore, Miulano, 2013, pp. 96



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