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DON GIUSSANI/ Julián Carrón: brani dalla prefazione di "In cammino"

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Ma c’è un inconveniente, direbbe don Giussani: questo avvenimento così pieno di conseguenze deve essere riconosciuto. «Occorre un io che lo accolga». Ma che cosa spinge l’uomo a accoglierlo?  Il cuore, la cosa più trascurata eppure più decisiva per fare un cammino umano: «Senza cuore, senza che tu abbia cuore, senza che ti conservi il cuore che ti è stato dato, senza cuore Dio non può far nulla».

Perché questa insistenza sull’io? Perché essere se stessi è l’unica risorsa per frenare l’invadenza del potere. La fase della politica, centrata sulla conquista del potere, aveva fatto emergere le estreme conseguenze di questa mancanza di autocoscienza dell’io. Di fronte al tentativo di spostare l’attenzione sull’azione dell’io nella società, don Giussani ci corregge. «L’unica risorsa che ci resta è una ripresa potente del senso cristiano dell’io. Dico del senso “cristiano” non per un preconcetto, ma perché è solo, di fatto, la concezione che Cristo ha della persona umana, dell’io, che spiega tutti i fattori che noi sentiamo irruenti dentro di noi, emergere in noi, per cui nessun potere potrà schiacciare l’io come tale, impedire all’io di essere io».

Ma che cosa fa riprendere l’io quando si smarrisce? Ecco la risposta di Giussani: «Solo la compagnia tra noi può sostenere lo sforzo, il rischio, il coraggio del singolo. Ma una compagnia che tutta quanta si esaurisca nel sostenere la ripresa del singolo non può esserci, non può essere trovata tra gli uomini, tra gli uomini soli. Occorre la presenza di un Altro, di un uomo che è più che uomo: Dio venuto in questo mondo per coagulare questa solidarietà che rafforzi e renda capace di riprendere continuamente la via al vero e al bene attraverso una fatica comune».

Perciò quello che definisce la compagnia cristiana è la «memoria» di quel fatto. Nessuna rete di protezione, nessun parafulmine o riparo dai temporali della vita. Al contrario, «essere in compagnia significa non lasciarsi fermare di fronte a nessuna negatività, a nessuna negazione, ma anche a nessun sacrificio, a nessuna fatica; e la protensione, la voglia del più grande, del più vero, diventa più importante di qualsiasi altra cosa». 



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