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IL CASO/ Facebook, il "mi piace" e il (falso) mito della democrazia

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Se inserito in questo contesto, che è quello reale, l'esperimento di Hamon non dimostra nulla che non si sapesse già, rasentando anche la perdita di tempo: mettere like indiscriminatamente a tutto è un comportamento volutamente esasperato, e come tale genera effetti estremi. Sarebbe come provare a ordinare tutti i piatti descritti dal menu di un ristorante e poi lamentarsi che la dieta risultante non è equilibrata! Inoltre non è mai stato un mistero né un segreto che, su Facebook, mettere like ai contenuti generati dalle pagine di brand è più o meno come iscriversi a una newsletter, i cui contenuti verranno poi veicolati periodicamente sulla nostra "timeline". C'è di più: l'autore dell'esperimento ammette che, dopo il primo like, lo metteva anche ai primi quattro "contenuti correlati" che compaiono a seguito del click. Un comportamento che distorce inevitabilmente la proporzione dei like messi sui contenuti di brand verso quelli personali. Sarebbe stato assai più interessante capire cosa sarebbe successo se uno avesse messo like indiscriminati ai soli aggiornamenti personali, lasciando perdere quelli palesemente legati ai brand. Ma evidente l'intento era prendersela con la pubblicità, dimenticando che Facebook non è una charity o una attività di Corporate Social Responsibility, ma una società che vive di advertising.

Più intrigante, ma ancora assai mal posta, la questione del recinto in cui verrebbe rinchiuso l'utente, una sorta di camera ecoica in cui si riverberano solo informazioni, temi e argomenti a lui graditi.

Questo sarebbe un pericolo se Facebook avesse la pretesa di essere una testata giornalistica indipendente, cosa che non è. E così si comprende che tutto l'esperimento nasce da un fraintendimento su cosa è Facebook. 

La sua timeline non ha infatti nessuna pretesa di essere un giornale il cui compito sia esporci a correnti culturali diverse dalle nostre. Qualsiasi sistema di personalizzazione dei contenuti che abbia un meccanismo di curation riflette le scelte e le inclinazioni del curator: semplicemente, nel caso di Facebook, la personalizzazione avviene nel momento in cui si sceglie chi includere nella propria cerchia di amici. La mia timeline è piena di notizie sulla musica, sulla fotografia, sulla tecnologia, di link a giornali on line come ilussidiario.net e ad articoli di opinione di editorialisti intelligenti, e di commenti sulla vita di persone con figli piccoli e correlate questioni scolastiche…. Questo bias è parte di ciò che rende Facebook uno strumento utile e interessante per me. Basandosi solo sulla mia timeline, secondo quasi tutti i miei amici alle ultime elezioni avrebbe dovuto stravincere Giannino, ma bastava alzare un attimo la testa per accorgersi con un minimo di buon senso che la situazione della mia cerchia di conoscenti più stretti non costituiva un campione rappresentativo della popolazione.



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