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NICHILISMO/ La "speranza" di Bauman contro la "profezia" di Nietzsche

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Zygmunt Bauman (Immagine d'archivio)  Zygmunt Bauman (Immagine d'archivio)

Ma mi pare che, più o meno, il Figlio dell'Altissimo qualcosa di simile dicesse nell'insegnare, con l'amore di Dio, il suo equivalente terreno, l'amore del prossimo, con il quale almeno mezza strada verso il Cielo, verso il Padre era fatta; anche per chi non aveva le gambe per spiccare il salto. Il Figlio dell'Altissimo era un finissimo psicologo, quanto meno.

Quello di Bauman è un modo incisivo e piano di "ridire" la "trascendenza" della coscienza morale – della "voce della coscienza" che parla in me – dalla coscienza in cui parla, dal singolo Sé in cui prende la parola; e prendendo la parola, facendolo emergere a vera e piena individualità nella struttura relazionale della persona. Perché questo significa antropologicamente la "trascendenza" della coscienza morale, al netto di un suo debito all'Altissimo. Il suo fondamento nell'ethos, nella concreta vita etica della relazione umana, del gruppo, della comunità; dove il principio di realtà dei comportamenti socialmente efficaci tempera e media già nella "storia", nella filogenesi, del gruppo, le pulsioni e il desiderio di sé individuali. 

Noi siamo quegli esseri che scoprendo il niente, cioè la nostra mortalità, il fatto che ci siamo, siamo insieme anche gli esseri a cui sorge il problema di come dobbiamo esserci nel fatto che ci siamo, e di come possiamo rimanerci, se non noi i nostri figli. Nei quali continua la speranza che sulle ginocchia dei nostri genitori ci ha chiamati al mondo. Speranza che – come la solidarietà in cui e da cui si viene al mondo, e tramite cui si resta al mondo, la reciprocità affettiva in cui siamo da sempre ingaggiati – è la vera nostra chance, si creda o non si creda, e qui siamo d'accordo con Bauman, contro il nichilismo.

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