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IL CASO/ Street artists, quei murales che cambiano (in meglio) le nostre città

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Agostino Iacurci, quartiere Ostiense, Roma (Immagine d'archivio)  Agostino Iacurci, quartiere Ostiense, Roma (Immagine d'archivio)

Così è cambiato anche il metodo del loro lavoro, che avviene alla luce del sole, che è esito di meccanismi partecipativi, che addirittura, come nel caso del recente gigantesco murales (in realtà uno "stancil graffiti") di Sten&Lex alla Garbatella, è stato finanziato con un'operazione di crowdfunding a cui hanno aderito centinaia di abitanti di quelle vie. 

Era stato profetico da questo punto di vista Keith Haring, il leggendario artista americano allievo di Andy Warhol, che nel 1989 aveva accettato con entusiasmo l'invito della città di Pisa a realizzare un grande murales di 180 metri quadri sulla grande parete esterna del convento di Sant'Antonio. Haring aveva capito che in un luogo così pubblico doveva esprimersi con immagini e contenuti condivisi, diversamente da come era abituato a fare nella sua normale attività. Così quel labirinto di 30 figure incatenate tra di loro, sono diventate un simbolo, un'immagine che ha funzionato da legante per una comunità urbana.

Haring con tanto anticipo aveva capito che questa era la strada. Che la pittura murale può dar voce non solo alla rabbia, ma può essere rappresentazione di sentimenti corali e condivisi. Cioè fattore che unisce e in cui in tanti si riconoscono.

Certo, la street art non deve perdere la sua anima corsara, diventando un semplice fenomeno di buon arredo urbano. In qualche modo le sue immagini devono saper sempre prendere in contropiede. Devono piacere ma anche far pensare; devono pungere e stimolare visioni nuove. Come insegna Banksy, il più geniale street artist di questi anni.



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