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BARCELLONA/ "Ho sempre sfiorato l'abisso, ma non mi sono mai abbandonato"

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Pietro Barcellona (1936-2013) (Immagine d'archivio)  Pietro Barcellona (1936-2013) (Immagine d'archivio)

Erano gli anni del grande connubio fra intellettuali e Pci. Barcellona si lancia nella nuova avventura con la passione del neofita: scopre il proletariato cittadino, va a cena coi compagni comunisti e celebra l'avanzata del Pci del 1976 che riporta il partito a Catania oltre il 30% dei consensi.

L'idea berlingueriana del compromesso storico e della via nazionale al comunismo generò i timori di alcune grandi potenze straniere e l'ostilità di frange irriducibili della sinistra italiana. Furono gli anni del grande terrore, la Notte della Repubblica. Il rapimento e l'assassinio di Moro segnarono uno spartiacque nella politica italiana. Il compromesso storico passò nel dimenticatoio, e alle nuove elezioni politiche il Pci subì una sonora batosta, soprattutto al Sud. A Catania, in particolare, il partito perse il 10% dei consensi rispetto al 1976.

Enrico Berlinguer, in un comizio a Catania, attribuì la sconfitta "all'eccesso di astrazione intellettualistica con cui alcuni dirigenti locali [il riferimento a Barcellona era evidente] avevano condotto la campagna elettorale". Il partito doveva tornare, secondo Berlinguer, alle cose concrete che interessano la gente: l'acqua potabile, l'illuminazione delle strade, i servizi di nettezza urbana. "Quando il comizio finì - annota Barcellona - mi allontanai da solo verso casa con un grande senso di amarezza".

Il professore catanese accetta la bacchettata, ma non s'arrende. "Ero stato sconfitto - annota nel suo diario - ma non avevo torto". Per Barcellona la questione meridionale è anche una questione del ceto intellettuale. "Il cuore del Mezzogiorno - sostiene - è malato di mediocrità subalterna e (...) ogni riscatto passa anche attraverso una nuova generazione di intellettuali coraggiosi, leali e non chiusi nelle accademie o nei centri di ricerca".

Col crollo del Muro il Pci implode, cambia nome e pelle, e chi, come Barcellona, non accetta di chiudere il passato senza fare i conti seriamente con esso, si ritrova improvvisamente senza "casa", senza amici, senza un orizzonte chiaro di impegno. La fine del Pci diventa per l'intellettuale catanese l'occasione di una crisi intellettuale e fisica. "Mi assalì - scrive drammaticamente - la sensazione di non riuscire a tenere insieme i pezzi di me stesso".

La svolta intellettuale di Barcellona passa per un libretto di Cornelius Castoriadis, Gli incroci del labirinto, che gli fa scoprire la dimensione affettiva e dell'immaginario "come una sorta di inconscio collettivo, continuamente all'opera nelle viscere di un popolo". Questa riflessione porta Barcellona a "sbloccare" il suo pensiero "dalla categoria del primato dell'economia su ogni altro fenomeno" e a comprendere che il comunismo era crollato perché in realtà era "una forma della stessa evoluzione del capitalismo".

Per Barcellona si aprivano le porte di una ricerca sulle dinamiche dell'affettività. I nuovi interessi del professore influenzano le sue scelte all'interno del Centro ricerche dello Stato (Crs) di cui aveva assunto la presidenza rilevando l'eredità di Pietro Ingrao. Ma la svolta intellettuale di Barcellona non convince i compagni del Crs e, dopo 20 anni di amicizia e di strettissima collaborazione, si rompe il legame intellettuale fra Ingrao e Barcellona. Questi viene bollato come un "traditore" della tradizione comunista. "Da allora in poi - annota - non riuscii più a scrivere né su Il Manifesto né su l'Unità".



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COMMENTI
08/09/2014 - inguaribile sete di realtà del prof barcellona (antonio petrina)

Come già un anno fa l'amico Ventorino su queste colonne invitava a riflettere sull'eredità del prof. Barcellona (oltre il cursus vitae fatto da Di Fazio) ed il suo instancabile desiderio di misurarsi con la realtà per discernere aspetti positivi e negativi, come gli antichi greci suggerivano (vedi prof. Reale su Corsera del 7 settembre 2014, inserto domenicale sulle letture del quotidiano) e così sarebbe utile accostare Barcellona ad Heidegger, come nel ciato articolo del prof Reale, ovvero contro la nuova conoscenza/web e la scomparsa del soggetto, a favore della suggestività del reale al mercato della felicità dell'uomo singolo e concreto.