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DALLA GERMANIA/ Tutti gli errori dei nemici di Angela Merkel

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Angela Merkel (Infophoto)  Angela Merkel (Infophoto)

Dopo gli anni novanta dell'ultimo secolo la Germania è diventata, attraverso la riunificazione, nuovamente "una grande potenza nell'Europa centrale" (p. 24); ovviamente bisogna considerare il "mutatis mutandis" nei confronti del 1914, in primo luogo il fatto che la potenza di cui qui si parla è economica e non primariamente militare, ma vi è una similitudine. Non dobbiamo isolare la Germania: questo non può che portare a conflitti pesanti e non necessari. La Germania della Merkel non vuole isolarsi, ma prendere sul serio quelle che Münkler chiama "die Herausforderungen der Position der Mitte" (le sfide di una posizione del centro). 

Una posizione che sarà tutta da inventare, ogni giorno di nuovo, perché le sfide della globalizzazione sono sempre più acute. Sfide che devono essere affrontate tendendo conto di tutto il mondo e degli "stati-continenti" di cui parlava Alberto Methol Ferré (cfr. Alver Metalli, Il papa e il filosofo, Siena 2014, 69-70), e data l'elezione di un papa latino-americano, anche e soprattutto di questo continente (come ha detto presentando il libro di Metalli, Guzmán Carriquiry, il giurista della Santa Sede latino-americano al Meeting di Rimini) che è il continente natale del papa. "L'evoluzione del mondo tende alla formazione di stati-continenti" (Ferré in Metalli, 69): una posizione europea del "centro" dovrà tenere conto di questa dimensione mondiale. La cancelliera è forse più orientata ad un dialogo con l'America del nord, in modo particolare con gli Stati Uniti, e questo fa certamente parte della sua tradizione protestante, ma pur in questo limite essa è e rimane un fattore stabilizzante per l'Europa. Anche per la sua sobrietà politica, che è per l'appunto priva di ciò che Massimo Borghesi chiama, in un suo libro che esamina la lunga, particolare tradizione che va da Agostino a Ratzinger, "teologia politica".

E proprio di questa posizione stabilizzante del centro abbiamo bisogno in questo tempo di guerra. Anche se forse da noi si tratta più di lotte economiche, rimane il fatto che i conflitti militari, come si è visto negli anni novanta nella ex Jugoslavia, e come vediamo nel nostro vicino europeo, l'Ucraina, possono coinvolgere anche noi – e di fatto coinvolgono già noi nelle diverse missioni in Afganistan, etc. ma anche nella vendita delle armi. Sarà bene così ricordarci ciò che in tutta chiarezza dice il grande storico della prima guerra mondiale australiano e docente a Cambridge, Christopher Clark (1960): una guerra tra le grandi potenze è il peggio che ci possa accadere (The Sleepwalkers, edizione tedesca del 2014, p. 315).

Quindi, se mi è lecito dare un "consiglio" ad una persona come Angela Merkel, questo non sarà tanto quello di una critica improntata all'egoismo economico, ma semplicemente il rilievo che tutti possiamo salvarci solo se "the real reality, the 'natural' form, of politics reflects the figure of Christ" (Roberto Graziotto, How christians should think about politics. Reflections in a time of war, Communio 2004): dobbiamo meditare concretamente, ognuno nel proprio compito politico e lavorativo, la figura dell'Agnello immolato che non immola nessuno, non per pacifismo, ma perché crede nella forza dell'amore di "fermare" (papa Francesco nell'aereo che lo riportava a Roma dalla Corea) il nemico; il quale, come sottolinea Alberto Methol Ferré, non è mai solo nemico, ma uno che dobbiamo amare come ci invita a fare Gesù e di cui dobbiamo essere disponibili, senza perdere un giusto e necessario realismo politico, a trovare il suo "meglio" (Metalli, 54).



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