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FOTOGRAFIA/ David Seymour, un "cuore vulnerabile" vede più degli altri

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David Seymour, Napoli 1948 (Foto D. Seymour)  David Seymour, Napoli 1948 (Foto D. Seymour)

Mentre fra Palestina, Iraq e Ucraina continuano a risuonare gli echi di conflitti vecchi e nuovi, l'occasione di riscoprire l'opera di un pioniere del fotogiornalismo consente di soffermarsi sui "danni collaterali" di ogni guerra: i bambini, vittime inermi che recano sui loro corpi le tracce dell'assurdo.

Quando, nel secondo dopoguerra, la neonata agenzia internazionale dell'Unicef gli commissionò un lavoro di enorme impatto sulla coscienza sociale dell'epoca, David Seymour era già un fotografo affermato. Nato a Varsavia da genitori ebrei polacchi, giunse in Francia all'inizio degli anni 30 entrando in contatto con la fertile scena culturale parigina, dove divenne amico e collega di Robert Capa e Henri Cartier-Bresson.  

Per quella generazione di reporter che fu fondamentale nella creazione di un tessuto visivo e di un'etica del fotogiornalismo fondati sul rispetto per la realtà, la guerra civile in Spagna rappresentò ben più di una semplice palestra dello sguardo. Fu un battesimo del fuoco per le coscienze politiche e artistiche di giovani idealisti messi di fronte all'atroce realtà della guerra; lì perse la vita Gerda Taro, la compagna di Robert Capa e lì le speranze rivoluzionarie anarchiche e socialiste subirono una bruciante sconfitta. 

Ma a differenza di molti dei suoi colleghi, la poetica di Seymour non si basava sull'iconizzazione dell'attimo e sulla costruzione di immagini epiche e memorabili che campeggiavano sulle copertine di riviste specializzate come Life o Regards, con le quali pure collaborò. Le parole chiave, utili a decodificare i suoi scatti, sono infatti rispetto e sensibilità, pudore ed empatia. 

"Come fotografo era gentile. Non avrebbe potuto scattare una foto irrispettosa intenzionalmente e se per caso accadeva la eliminava", ebbe a dire lo storico photo editor di Life, John G. Morris. Nella guerra del quotidiano così come nella tragedia di profughi e migranti, Seymour seppe cogliere l'asciutta e anti-retorica cognizione del dolore umano che trascende la storia non in un'astratta neutralità, bensì in una cocente e vivida partecipazione universale al di sopra delle etnie, delle religioni e delle ideologie. Attorno al tema dell'infanzia, inevitabilmente, si condensò dunque il suo sguardo, in particolare nella campagna europea postbellica per l'Unicef. 

Il suo "cuore vulnerabile" (definizione di Cartier-Bresson) stabiliva una naturale compartecipazione emotiva rispetto alla condizione, spesso disperata, dei piccoli orfani di guerra. Una denuncia, pacata e mai urlata con facili sensazionalismi, che echeggiava le foto di Lewis Hine all'inizio del secolo nelle fabbriche statunitensi, luoghi dello sfruttamento minorile e dell'infanzia negata in nome del progresso e del capitale. 

Negli occhi feriti, talvolta menomati, sia fisicamente che spiritualmente, la camera di Seymour trovava il riflesso della propria fragilità. Dalla serie "I bambini della guerra" traspare, ancora oggi, quel sentimento di autenticità così lontano da certo dolore patinato e distaccato che anestetizza le coscienze contemporanee pur risultando, al tirar delle somme, l'atto di nascita di un certo atteggiamento talvolta ambiguo e pilatesco dell'opinione pubblica occidentale.



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