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LETTURE/ Da Ratzinger a Dante, qual è il "luogo" di Dio?

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A. Gaudì, Sagrada Familia, particolare (Immagine d'archivio)  A. Gaudì, Sagrada Familia, particolare (Immagine d'archivio)

La decisiva dimensione del tempo entra necessariamente in conflitto con quella dello spazio? I processi si svolgono entro concrete coordinate. Hanno luogo. E da qualche decennio, una considerazione dello spazio ha ripreso vigore, in ambito filosofico e di teoria e critica letteraria. Per limitarsi alla più recente novità: è fresco di stampa un volume miscellaneo dedicato a un intrigante binomio, Locus-Spatium; esito di un convegno promosso dall'Istituto per il Lessico Intellettuale Europeo. 

A veder bene, «spazio» è categoria tipica della modernità. In una sua accezione connotata, ma emblematica, implica un'estensione neutra, dove tutti i punti risultano equivalenti; estensione disponibile alla scoperta, alla misurazione e in definitiva alla presa di possesso da parte dell'uomo, legittimato a consumarne uno sfruttamento intensivo in vista del proprio benessere. Si è parlato perciò di spazio «liscio» (prima di ogni perimetrazione e mappatura) e di spazio «striato» (in cui le demarcazioni supportano la conquista e il dominio). Il Medioevo alimenta, però, un'ottica diversa; lo aveva già rilevato lo studio ormai classico di Paul Zumthor, La misura del mondo, un contributo che non smarrisce, a poco più di vent'anni dalla sua pubblicazione, smalto e attualità. 

Persuasi a loro volta che l'uomo fosse costituito come possessor e dominus mundi, i medievali fondavano questa acquisizione sulla coscienza che lo spazio era dono di Dio, prima ancora che estensione da annettersi o bene da far fruttare. Questo dono costituiva una traccia, dotata di rilievo irrecusabile in sporgenze qualificate. Ai sensi di una geografia sostanzialmente religiosa, si riconoscevano «luoghi» eminenti, dove Dio aveva stampato in maniera clamorosa la sua impronta. Un sentore del genere era già diffuso prima del cristianesimo: tutte le civiltà antiche ravvisavano «luoghi sacri», in grandiose cornici naturali, teatro di forze telluriche e paniche. La religione cristiana coniugava però congiuntamente spazio e tempo, in forza della storia della salvezza e del suo evento culminante, l'Incarnazione, con coefficiente sia storico che geografico. Il Medioevo venerava perciò «luoghi santi», quelli eletti dal progetto divino a contesto della Redenzione, anzitutto la Terrasanta, e con essa i principali sbocchi di una fede in cammino, in irradiazione, la Roma di Pietro, i santuari che ricordavano apparizioni, miracoli, esistenze scandite dalla preghiera e dalla carità.

Ma il mondo, per l'uomo medievale, era la preparazione in vista del compimento, la strada utile alla meta, tant'è vero che i teologi distinguevano tra condizione in via e condizione in patria: qui siamo stranieri, la nostra città è altrove, in cielo, anche se per raggiungerla non dobbiamo evadere dal solco in cui ci troviamo (la valle di lacrime va attraversata). «Città celeste» è evidentemente una metafora, l'aggettivo non permette di dubitarne. Ciò che questa immagine suggerisce, insieme alle consimili «dimora», «paradiso», «giardino», è forse privo di ogni esponente spaziale, di qualsiasi localizzazione?



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COMMENTI
10/09/2014 - Il luogo di Dio (luisella martin)

Pare che il luogo di Dio sia la Misericordia, come ha tentato di spiegarci oggi il Santo Padre; un luogo che, allo stesso tempo, è anche un tempo, il nostro "oggi".