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DOPO PARIGI/ Senza più l'io, resta solo la "banale guerra"

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Benedetto XVI (Infophoto)  Benedetto XVI (Infophoto)

È questo che il cristianesimo ha insegnato all'Europa: il mondo classico, infatti, era incapace di concepire il fatto che le azioni avessero conseguenze definitive e durature nella vita dell'uomo, tanto che per Origene (il più greco degli scrittori ecclesiastici) il mondo sarebbe finito in una sorta di "ricapitolazione universale" in cui tutto sarebbe stato non solo perdonato, ma sostanzialmente annullato. È stato Agostino, e con lui i Padri della Chiesa, a rendere consapevole l'uomo europeo delle ripercussioni delle proprie azioni e della fragilità della propria natura, mostrando a tutti che non esiste libertà senza confine o umanità senza limite. 

Paradossalmente, come dice il Concilio Costantinopolitano III, più l'uomo si è avvicinato a Dio più, nei secoli volgari, è diventato uomo, ossia creatura capace fino in fondo di assumersi l'onere della propria crescita e del proprio sviluppo. E' da questa apertura originale dell'Io, cui Cristo nel Getsemani si è consegnato, che sono sorte le grandezze e le miserie dell'occidente, è grazie a tutta questa libertà che la ragione è potuta fiorire o impazzire, che la capacità umana di relazione si è potuta istituzionalizzare e sacramentare per poi oggi, nei tempi moderni, frantumarsi fragorosamente. 

Noi, come singoli e come nazioni, siamo davvero il frutto di un incontro — quello con Cristo — che è l'atto fondativo del nostro stesso essere persone e della nostra stessa convivenza sociale. Di questo incontro, che ci rende liberi da ogni derisione e da ogni fanatismo, oggi più che mai hanno bisogno tutti i nostri fratelli uomini che — nel loro cammino verso il bene — talvolta dimenticano la natura del loro Io e consegnano se stessi al potere e all'ideologia. Esattamente come accade anche a noi che questo incontro magari lo abbiamo pure fatto. 

Davvero tutti, quindi, abbiamo bisogno di ripartire dall'essenziale, da qualcosa che ci curi e che si prenda cura di noi, Qualcosa che vive e abita nel reale e che ognuno può scegliere di vedere e di seguire. Tradire quest'ultimo bisogno vorrebbe dire tradire noi stessi, la nostra storia, il metodo con il quale Dio — inoppugnabilmente — ha scelto di salvarci. E significherebbe, forse, condannare l'Europa ad un'ultima e — come direbbe Hannah Arendt — "banale guerra".



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COMMENTI
13/01/2015 - Complimenti (Grazia Ferrara)

L'articolo è veramente ricco di analisi e considerazioni articolate,puntuali ,complete e non comuni sui fatti ultimi di Parigi e non solo!Grazie e diffondiamo un pensiero che sia degno di essere letto!

 
11/01/2015 - Benedetto XVI e il profetico discorso di Ratisbona (Carlo Cerofolini)

Benedetto XVI nel suo storico discorso di Ratisbona nel 2006 richiamò l’Islam – ma pure i cristiani e l’Occidente laico – a riconoscere l’oggettività della verità del Bene e del Male, al fine di non fare e giustificare la violenza in nome di Dio e pure per mettere in guardia i non credenti dal cadere nel nihilismo che porta a appunto non riconoscere il Bene dal Male. Ebbene in quell’occasione il S. Padre subì pesanti attacchi polemici, oltre che dagli islamici e dai laici, pure dalla parte cattolica “progressista” che ora, guarda caso, alcuni suoi esponenti definiscono detto discorso addirittura profetico. Vale inoltre – come notazione - comunque la pena di ricordare che riguardo a detto discorso di Benedetto XVI il portavoce dell’allora Cardinale di Buenos Aires Bergoglio, padre Marcò, espresse un giudizio negativo senza che per altro risulti essere mai stato smentito da Bergoglio stesso.

 
11/01/2015 - Apocalisse e dialogo (Roberto Graziotto)

Caro Don Federico, grazie per il tuo articolo che nasce da quella struttura di dialogo che la Chiesa con grande intensità ha voluto a partire dal Concilio Vaticano II, che non deve essere isolato dagli altri Concili, ma che appunto per questa struttura di dialogo e sacramentalità della Chiesa viene visto dal cardinal Ouellet, uno dei cardinali che meglio conoscono la Chiesa nelle diverse parti del mondo, come forse il piè grande avvenimento del XX secolo e che presenta la missione della Chiesa „tertio millennio ineunte". Eppure rimane una domanda che vorrei porti in questa sede pubblica. Tu critichi con ragione quel „se la sono cercata“, perché evidentemente contrasta completamente con la struttura di dialogo di cui stiamo parlando. L’altra sera pregando i vespri del giovedì, quindi un giorno dopo l’attentato, ho incontrato la frase dell’Apocalisse di Giovanni: „ma è giunta la tua ira…il tempo di giudicare i morti… e di annientare coloro che distruggono la terra“. Nella preghiera immediatamente ho pensato ai vignettisti che in modo perverso hanno presentato il mistero dell’amore trinitario. Ora la verità è che questa perversione è in noi stessi: insomma ce la stiamo cercando. Ecco la domanda: come si concilia questa dimensione apocalittica innegabilmente presente anche nel NT con la struttura di dialogo di cui sopra? Tuo, Roberto