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LETTURE/ Chiesa e politica, il lungo cammino della libertà (dal potere)

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Da storico, vorrei solo tentare di introdurre nel discorso qualche ulteriore elemento di riflessione. La prima osservazione è che nei processi di evoluzione delle civiltà occorre mantenersi sempre molto prudenti nell'accentuare le discontinuità. I traumi rivoluzionari sono l'eccezione, mentre, di regola, l'avanzata del nuovo matura dentro un connubio strettissimo con i resti del vecchio che si prolunga e continua a esercitare la sua forza di condizionamento. Ciò che cambia, è spesso il frutto di una lenta lievitazione, che fa crescere ed espande capillarmente le scelte vincenti proiettate verso il futuro. Anche la svolta religiosa dell'ultimo Novecento, con la fuoriuscita dal modello della cristianità politicizzata e il recupero del senso della "alterità" del fatto cristiano, non va solo sottolineata come un punto di non ritorno, ma anche ricostruita nella sua genesi, nei suoi legami con le tendenze e gli sviluppi che avevano cominciato a delinearsi nelle fasi storiche anteriori, riconducendola, quindi, a un retroterra denso di fatti, di passi compiuti, di idee e valori messi in campo da tanti attori diversi, che non possono essere compressi nell'economia di una elaborazione teologico-politico-filosofica circoscritta nei confini limitati dei vertici gerarchici della Chiesa di Roma, del resto tutt'altro che omogenei e solidali al loro interno.

La fresca volontà di aggiornamento dei padri conciliari del Vaticano II aveva essa stessa le sue radici. Non è stata l'irruzione di una energia totalmente controcorrente, che ha aggredito un mondo religioso statico, bloccato a ogni livello sulle sue posizioni antiquate. Anche il recupero del dualismo Chiesa-ordine mondano, con il rientro negli argini maestri della libertà religiosa, più che nei termini di una crisi di rottura, può essere letto, in stile ratzingeriano, come l'ultima emersione, cioè come il venire pienamente a galla e il lucido sistematizzarsi di un'esigenza che aveva cominciato a covare sotto la coltre della sacralità edificata nel modello "costantiniano" (che però con l'editto di Costantino non ha un nesso veramente decisivo). 

Nel grembo della cristianizzazione tardoantica e medievale, potere mondano e principio religioso, norma cristiana e leggi umane, Chiesa e società secolare erano stati spinti a camminare gli uni verso gli altri, inglobandosi in una vicenda comune, che ha avuto i suoi costi e i suoi risvolti certamente problematici. Ma proprio la spinta alla simbiosi, nel momento in cui la società religiosa e quella secolare hanno cominciato a consolidarsi nelle loro strutture e nei loro supporti di autorità, ha fatto sentire il limite di ogni abbraccio soffocante tra le due sfere, innescando — già nel seno della cristianità tradizionale — frizioni e slittamenti verso il ripristino di barriere difensive di separazione. Questi attriti sono la preistoria remota di ogni atteggiamento critico nei confronti della (discutibile) utopia di un Paradiso troppo schiacciato sulla terra: sia quando essa sognava una Chiesa dilatata fino a fagocitare la società mondana, sia là dove vincevano le pretese di una gerarchia terrena dispoticamente auto-promossa ad arbitro assoluto del bene religioso dei sudditi.



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