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LETTURE/ Chiesa e politica, il lungo cammino della libertà (dal potere)

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Un passaggio fondamentale che ha aiutato a fare chiarezza è stato la cosiddetta lotta per le investiture dei secoli XI-XII, sullo sfondo della competizione tra Papato e Impero che volevano espandere l'area delle loro giurisdizioni di potere e cominciavano a premere per guadagnare margini sempre più cospicui a favore della loro sussistenza autonoma. Il dibattito sul rapporto tra i due ordini di autorità, non a caso, è un fenomeno interno alla fusione della Respublica christiana, dentro l'instabile tendenza al monismo ierocratico medievale. Dopo le nuove fratture provocate dall'avanzata della Riforma protestante e con il delinearsi, in senso alternativo, del Rinnovamento cattolico, le esigenze di compatta unità delle diverse società europee, inquadrate nelle reti degli Stati moderni, furono senza dubbio rilanciate. 

Ma proprio sul fronte della massima enfasi data all'alleanza fra trono e altare vediamo esplodere i conflitti di giurisdizione come quelli che opposero san Carlo Borromeo alle autorità spagnole dello Stato di Milano, le vertenze di respiro internazionale legate alla legittimazione della monarchia inglese dopo l'Atto di supremazia, all'ascesa dell'ex calvinista Enrico IV sul trono francese, all'interdetto di Venezia, al perseguimento dell'ortodossia nei tribunali dell'Inquisizione in concorrenza con i poteri laici. Si comincia a teorizzare la "ragione di Stato" e si esalta il potere del Principe cristiano. Allo stesso tempo i teorici gesuiti mettono le armi della loro ingegnosa retorica al servizio della teoria moderna della potestas solo indirecta della Chiesa sulla realtà temporale, in cambio della sua irrinunciabile libertas nello spazio rivendicato come proprio territorio esclusivo.

La perfetta sovrapposizione tra i due ordinamenti, distinti e pure cooperanti, strettamente intrecciati quali erano, non esisteva neppure allora. Le fasi successive incrementarono le spinte dialettiche, costitutive di un ethos allenato a "dare a Cesare" senza confonderlo con il primato ontologico di Dio. Vennero i duri scontri settecenteschi, la secolarizzazione delle élites politiche, il regalismo assolutista degli Stati dell'Ottocento, la frattura della ideologizzazione camuffata nello slogan del "libera Chiesa in libero Stato". Si rafforzarono, così, le linee di distacco e il dissidio di fondo tra società religiosa e società mondana. La Chiesa si rimetteva decisamente in movimento per riprendere un'iniziativa vigorosamente missionaria e far sentire il peso del proprio contributo dentro il progresso dell'ultima modernizzazione. Era chiaro che la Chiesa e il mondo cristiano non erano la stessa cosa. Stavano una di fronte all'altro, una dentro l'abbraccio dell'altro: due realtà o due princìpi diversi, che dovevano interagire, dialogare e modellarsi a vicenda, a volte anche combattersi per stabilire confini e concorrere a scopi che si rivelavano sempre meno coincidenti.

Senza queste premesse, sarebbe stato molto più arduo abbandonare il mito storico della cristianità monocentrica e giungere a riaffermare il valore della libertà religiosa come alveo per la salvaguardia dello specifico cristiano, prima e al di là della ricerca dell'egemonia per imbrigliare dall'alto il destino collettivo degli uomini. Ma la traiettoria era abbozzata da tempo. I suoi germi erano inscritti in un codice genetico da cui il realismo dell'Occidente non poté mai divorziare totalmente.



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