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LETTURE/ Derrida, "istruzioni" per liberarsi dell'ideologia

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Jacques Derrida (1930-2004) (Immagine dal web)  Jacques Derrida (1930-2004) (Immagine dal web)

Quando, all'inizio degli anni 70 del secolo scorso, venne pubblicato La farmacia di Platone, Jacques Derrida era già relativamente conosciuto nel mondo filosofico francese. I suoi primi testi avevano destato discussioni anche aspre ed erano stati considerati, tra l'altro, di insormontabile difficoltà. La fama di autore difficile e perfino "oscuro" non ha smesso di circondare l'opera di uno dei più grandi maestri del nostro tempo, e se è vero che le sue opere chiedono impegno e dedizione e non si prestano ad un facile e rapido consumo, è altresì vero che la fatica è sempre ripagata dalla scoperta di percorsi del pensiero inediti, rigorosi e spesso sorprendenti. 

Anche La farmacia di Platone appartiene al novero di quelle opere alle quali si ritorna con immutata attenzione, certi di scoprire aspetti o questioni che le letture precedenti non avevano ancora portato in superficie. Come era già accaduto con altri autori (soprattutto Husserl), Derrida non svolge un'indagine di tipo storico-filosofico sull'opera di Platone, ma cerca — con uno stile che resterà inalterato anche nel proseguimento del suo lavoro — di ascoltare il testo platonico lasciando che risuonino armoniche e timbri non sempre immediatamente distinguibili o, come recita il folgorante incipit di questa sua opera: «Un testo è un testo solo se nasconde al primo sguardo, al primo venuto la legge della sua composizione e la regola del suo gioco». 

Nella Farmacia di Platone, dunque, si tratterà anzitutto di andare alla ricerca di quella "legge" e di quella "regola" che hanno permesso a Platone, ed in particolare al Fedro, che è il dialogo preso in esame, di presentarsi a noi come testo in cui, nella seconda parte, Socrate mostra a Fedro in che modo la "scrittura" debba essere considerata come un derivato secondario e pericoloso rispetto alla parola "viva", pronunciata da qualcuno che è presente e che può dialogare, rispondere, obiettare e compiere tutte quelle operazioni che le parole depositate su un foglio non possono svolgere. 

L'anima, nell'intimo dialogo con se stessa, è il luogo incontaminato, puro della verità, e la voce è, per così dire, l'uscita della verità al di fuori dell'anima. La scrittura, invece, proprio in virtù della lontananza rispetto all'anima (quando scrivo qualcosa, ciò che scrivo continuerà ad essere presente anche se io non sarò presente e addirittura dopo la mia morte), tradisce la verità perché si mette a rischio di contaminazione con il "fuori", e dunque essa è virtualmente pericolosa: richiamandosi ad un mito egizio sull'origine della scrittura, Socrate ricorda a Fedro che la scrittura è un pharmakon, parola greca che significa sia "rimedio", sia "veleno", ed è proprio a partire da questo duplice significato della parola che si sviluppa la raffinata analisi del filosofo francese.  



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