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LETTURE/ Noi, sazie e soli, e quella profezia di Pasolini

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Pier Paolo Pasolini (1922-1975) (Infophoto)  Pier Paolo Pasolini (1922-1975) (Infophoto)

Caro direttore,
propongo di riflettere su una citazione.

"Gli uomini di potere democristiani sono passati dalla 'fase delle lucciole' alla 'fase della scomparsa delle lucciole' senza accorgersene. (...). Essi si sono illusi che nel loro regime tutto sostanzialmente sarebbe stato uguale: che, per esempio, avrebbero potuto contare in eterno sul Vaticano: senza accorgersi che il potere, che essi stessi continuavano a detenere e a gestire, non sapeva più che farsene del Vaticano quale centro di vita contadina, retrograda, povera. Essi si erano illusi di poter contare in eterno su un esercito nazionalista (come appunto i loro predecessori fascisti): e non vedevano che il potere, che essi stessi continuavano a detenere e a gestire, già manovrava per gettare la base di eserciti nuovi in quanto transnazionali, quasi polizie tecnocratiche. E lo stesso si dica per la famiglia, costretta, senza soluzione di continuità dai tempi del fascismo, al risparmio, alla moralità: ora il potere dei consumi imponeva a essa cambiamenti radicali nel senso della modernità, fino ad accettare il divorzio, e ormai, potenzialmente, tutto il resto, senza più limiti (o almeno fino ai limiti consentiti dalla permissività del nuovo potere, peggio che totalitario in quanto violentemente totalizzante)". Pier Paolo Pasolini, febbraio 1975

Queste parole sanzionavano 40 anni fa un cambio epocale: l'uscita dal fascismo, e dal postfascismo: l'uscita da un'epoca di Italia contadina ad un'Italia consumistica, omologata nelle multinazionali, omologata nel linguaggio che ha fatto fuori i dialetti; insomma in un'Italia che non vede più le lucciole sul far della sera, mentre fino ad allora era comune vederle fin nelle strade della Capitale.

Scomparivano le lucciole e scompariva la civiltà agraria, tradizionale. Le lucciole nelle strade furono sostituite dalle bandiere: nel '68 e nel '75 si assisteva a scontri ideologici e a fucine culturali dirompenti, talora assurdamente violenti che originarono morti e dolori orrendi. E le strade si riempivano di slogan, spray, manifesti, bandiere. Le lucciole che riempivano le sere estive al tramonto anche nelle strade delle metropoli cedettero alla moltitudine di bandiere che spuntavano dappertutto, bandiere di varie tendenze e colori, figlie — scriveva Pasolini — di una rivoluzione farlocca fatta dai ricchi figli dei ricchi capitalisti ("Ti accorgerai di aver servito il mondo contro cui con zelo portasti avanti la lotta", scriveva Pasolini ai giovani pseudorivoluzionari nel 1971).

Ma poi anche le bandiere sono scomparse ed è finito anche il mondo industriale. Ecco il punto: oggi viviamo nella società successiva a quella industriale, nella postmodernità, quella in cui prevale l'individualismo, l'utilitarismo e il soggettivismo. Siamo passati dal collettivismo sociale di una società che subiva i "miti eterni della patria e dell'eroe", ad una cultura contestatrice di facciata fatta di slogan e bandiere, e infine a quella che fonda tutto sulla reattività, sul parere personale. Che alla fine pare dare libertà e invece dà solitudine; pare dare scelta e invece dà conformismo; pare dare potere alle decisioni e invece rende l'uomo e la donna isolati, deboli e inermi. 



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