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DOPO PARIGI/ Il laicismo della Francia non c'entra proprio nulla con i terroristi?

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Eugène Delacroix, La libertà che guida il popolo (1830) (Immagine dal web)  Eugène Delacroix, La libertà che guida il popolo (1830) (Immagine dal web)

Credere che la libertà di stampa, di espressione, di pensiero sia ragione sufficiente a spiegare — e quindi a rispondere! — a tutto il male che abbiamo visto, non può liberarci, e di fatto non ci libera, dai ricatti che facciamo a noi stessi e agli altri, così come nessuna reazione può liberarci dalla paura. Ed è questa presunzione che stupisce. Basta leggere ad esempio alcune righe dell'articolo di Camillo Langone, uscito dopo l'attacco terroristico a Charlie Hebdo e già citato su questo giornale: «sarebbe stato meglio per la Chiesa, per l'onore della Chiesa, che avessero sparato a qualche vescovo, e per lo Stato, per l'onore dello Stato, che avessero sparato a qualche ministro: ma purtroppo ad Allah il sangue tiepido non piace». 

È per questo vuoto di "personalità", innanzitutto e non solamente, che un attacco come quello di Parigi fa paura, ma questo vuoto di "personalità" è esattamente il laicismo: un luogo dove tutto è uguale a tutto, i diritti più importanti del soggetto, di cui dovrebbero essere diritti, il contorno più della pietanza e dove c'è spazio solo per una "cortese" indignazione. Forse bisognerebbe ripartire da ciò che sembra più ovvio, banale e quindi trascurato, forse sarebbe già più di qualcosa ripartire dalla stoffa ferita del nostro cuore, da quella domanda che più di ogni altra dice chi siamo: "perché?". Davvero "la mia libertà finisce dove inizia la tua" è qualcosa che non basta più.

Giacomo Fornasieri 



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