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DOPO PARIGI/ Il nostro io e il bisogno di una "spiegazione" che non si trova

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Michelangelo, studio per la Sibilla (Immagine dal web)  Michelangelo, studio per la Sibilla (Immagine dal web)

La vita, in ultima istanza, non mi sposta quasi di un millimetro e mi ritrovo — qualunque cosa succeda — ad essere sempre identico a me stesso, pronto a giustificare tutto all'interno del mio perfetto schema di pensiero. 

Una scoperta del genere, però, ne porta di conseguenza un'altra ancora più vera e ancora più drammatica: più io la realtà tento di renderla ideologicamente comprensibile, più io tendo a tacere il Mistero che la abita. Sono dieci giorni che parliamo di Parigi e non sono tanti quelli che hanno avuto il coraggio di dire che tutto si è in definitiva giocato nel Mistero della libertà di uomini che hanno deciso di esprimersi provocando e di altri uomini che hanno risposto a tale provocazione uccidendo.

Il dramma dell'Io, del Mistero che abita ciascuno di noi, è stato fatto fuori dalle nostre spiegazioni poetiche, politiche, religiose e sociologiche. Le stesse spiegazioni con le quali noi facciamo fuori tutto: dagli amici alla nuora, dal collega di lavoro al professore, dal dolore alla speranza. Noi continuiamo a spiegare invece di stare zitti e, per questo, il Mistero mai ci raggiunge, mai ci interroga, mai ci "sfonda". Così Dio lo dobbiamo cercare nelle cose più strane, dalla compagnia che creiamo noi ai gesti che stabiliamo noi, dalle pratiche religiose che ci emozionano di più alle idee che ci affascinano di più. 

Si può ben capire, caro direttore, che una religiosità vissuta così, un cristianesimo vissuto così, ha una data di scadenza: tende — infatti — dapprima a coagularsi in gruppetti, in circolini in cui il nostro pensiero è condiviso, e poi — al passare della tempesta — a inaridirsi fino a morire e a perdere di significato in attesa del prossimo sussulto, del prossimo "nemico", del prossimo infarto che lo rivitalizzi. Io credo che, al fondo, tutto questo sia davvero il più insidioso dei retaggi del novecento occidentale: l'illusione che lo strumento più adeguato per affrontare la realtà sia il pensiero astratto. Questo lo capisco con una certa drammaticità perché provengo da una generazione che il novecento — di fatto — non lo ha visto. Quando i miei amici ed io abbiamo cominciato a ragionare e a interrogarci sulla realtà il comunismo non c'era già più, Giovanni Paolo II era un signore anziano e commovente e l'Italia era divisa tra Prodi e Berlusconi. I nostri padri hanno avuto un sacco di difficoltà con Dio, la nostra generazione, invece, ha un sacco di difficoltà con l'Io. Per questo lo strumento più adeguato per incontrare la realtà non è il pensiero, ma l'incarnazione, una storia piccola e fragile come la nostra, che incontra la Storia e — dentro questo incontro — scopre, comunica e riconquista le verità dei nostri padri. 



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