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DOPO PARIGI/ Il nostro io e il bisogno di una "spiegazione" che non si trova

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Michelangelo, studio per la Sibilla (Immagine dal web)  Michelangelo, studio per la Sibilla (Immagine dal web)

In definitiva è per questo che loro non riescono a capirci, che non riescono ad educarci fino in fondo e a trasmetterci la fede: sono così preoccupati che ciascuno di noi arrivi a dire la parola Dio secondo tutti i canoni della "loro" esperienza, che si dimenticano che molti di noi hanno paura, si sentono perfino in colpa, di essere o di esprimere un proprio Io. Paradossalmente solo uomini come Escrivà, Giussani, Kiko, la Lubich o Ratzinger, Bergoglio e Wojtyla hanno avuto questa attenzione e questa carità nei nostri confronti, perché si sono resi conto che ciò che del cristianesimo rischiava di andare perduto non erano i valori o le idee, ma il dogma stesso dell'incarnazione. 

Vede direttore, ai miei studenti — e qui finisco — non interessa tanto quello che io penso di un certo tema e quando gli interessa è perché, in definitiva, anche loro su quel tema hanno già intuito o presagito qualcosa. Ai miei studenti quello che interessa è come io guardo, come io sento, come io vivo la mia vita. Ciascuno di loro è educato solo da un gesto deciso e concreto che costituisce una sorta di ultimo richiamo alla verità del loro cuore. Per questo quello che ho imparato in questi giorni è che non c'è niente di più utile — per capire qualcosa del terrorismo e di me stesso — che vivere con serietà il posto che Dio mi ha assegnato. Senza credermi il Papa, senza credermi il futuro presidente della Repubblica, senza dover per forza spiegare o giustificare tutto, ma avendo la "banale umiltà" di arrendermi al fatto che — in quel particolare che mi è toccato di vivere — si gioca la stessa libertà che si è giocato un uomo lo scorso 7 gennaio suonando al campanello (per altro sbagliato) dello Charlie Hebdo.



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