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DOPO PARIGI/ Il nostro io e il bisogno di una "spiegazione" che non si trova

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Michelangelo, studio per la Sibilla (Immagine dal web)  Michelangelo, studio per la Sibilla (Immagine dal web)

Caro direttore,
siamo giunti al termine di una settimana in cui chiunque ci ha raccontato il suo pensiero in merito ai fatti di Parigi: tantissime persone — più o meno note — hanno avvertito il bisogno di fornirci una loro lettura su quanto era accaduto e su come le cose andassero opportunamente analizzate. Devo ammettere che anche io mi sono trovato questo desiderio addosso e, quando ho visto che avrei potuto anche produrre un bel po' di articoli e di post in merito, mi sono fermato e ho voluto vedere che cosa ci fosse al fondo di una tale smania. Tornando a scuola mi è capitato di avere numerosissimi dialoghi con gli oltre trecento studenti che ogni settimana affollano le mie mattinate e mi sono ritrovato di fronte gli stessi bisogni e la stessa confusione che tanti amici, commentatori e docenti, hanno testimoniato con passione in questi giorni sul sussidiario.

Eppure, in tutto questo, qualcosa non mi tornava, qualcosa stonava: davanti a me vedevo tutto, capivo tutto, ma quello che vedevo e che capivo non era sufficiente a rendermi contento, lieto e libero, dentro la realtà. In ogni incontro, in ogni conversazione, in ogni capannello, c'era sempre da difendere qualcosa, qualcuno, e avevo la fortissima preoccupazione che tutti interpretassero gli eventi come li interpretavo io. C'era il collega che doveva imparare che la libertà di espressione non si tocca, c'era quello a cui occorreva spiegare che la libertà di espressione ha — però — sempre dei limiti di decenza e non deve mai diventare aperta provocazione, c'era l'amico cui ricordare che "je suis Charlie" e c'era quello a cui, invece, era necessario rammentare che io non sono proprio "Charlie". 

Senza contare tutti quelli a cui mi sentivo in dovere di ricordare che la libertà di espressione vale per tutti, anche per chi difende la famiglia fondata sul matrimonio, e non solo per la categoria dei vignettisti che — in questo momento — "è di moda". Insomma, se fossimo sinceri, dovremmo ammettere che moltissimi di noi hanno passato una settimana a chiosare, a sottolineare, a rimarcare, a contraddire, e — al termine di tutto questo tempo — non è in definitiva cambiato pressoché niente. 

Vede direttore, io in questi giorni mi sono reso conto che in alcuni momenti quello che è successo in Francia non mi interessava molto, ma mi serviva in funzione di quello che potevo dire o dimostrare in riferimento a ciò che era avvenuto. Capire questo, scoprire questa mia ultima "crudeltà", mi ha aiutato tantissimo a rintracciare lo stesso atteggiamento nei confronti della stragrande maggioranza dei fattori che compongono la mia vita. Le cose, lo ammetto, spesso non mi interessano per quello che possono insegnarmi, ma per quello che io ne posso fare. 



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