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LETTURE/ Il "Paradiso" di Ezra Pound, domanda di perdono e di pace

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Un paradiso in cui finalmente, tuttavia, la directio voluntatis da sempre ammirata e perseguita assume una sfumatura meno confuciana e più cattolica, pietosa, anzitutto verso sé: «Confessare l'errore e non perdere il giusto:/ Carità, talvolta l'ebbi,/ Non riesco a farla scorrere. /Un po' di luce, come un barlume,/ per ricondurci allo splendore» (Canto CXVI, p. 1486).

La luce e l'amore, ecco cosa resta, o meglio: il desiderio della luce e dell'amore, che più si fanno fondi, più riescono indefinibili se non in forma di domanda e attesa: «M'amour, m'amour/ cos'è che amo e/ dove sei?/ Che ho perso il mio centro/ a combattere il mondo./ I sogni cozzano/ e si frantumano –/ e quel che ho cercato di fare è un paradiso/ terrestre» (Appunti per il CXVII et seq., p. 1490). Ed ecco allora che nei frammenti conclusivi, cui ancora i filologi non sanno dare un ordine convinto, questo desiderio di luce e d'amore, la domanda di perdono e di pace, risorgono imponenti:

Ho provato a scrivere Paradiso
Non muoverti,
Lascia che il vento parli
Questo è Paradiso

Che possano gli dei perdonare quel
che ho fatto
Che quelli che ho amato provino a perdonare
quel che ho fatto
(Appunti per il CXVII et seq., p. 1492)

E non è forse un caso che a questi frammenti incompiuti non si riesca a dare un ordine preciso, ché forse non c'è, ché forse vanno insieme in un sol punto, come la vita, come quegli istanti di verità dati e subito perduti in cui si svela il senso ultimo, l'attesa ultima di tutte le brame e di tutti i desideri: «Uomini siate, non distruttori» (Appunti per il CXVII et seq., p. 1494).

(I numeri di pagina sono quelli relativi al testo originale in Ezra Pound, Cantos, Mondadori, Milano 1985. Le traduzioni sono a cura dell'autore)



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